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Tentato omicidio in danno del convivente: non è equiparabile al coniuge!

Con sentenza pronunciata dalla Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione (sentenza del 10/01/2017 n. 808), sostanzialmente viene esclusa l’applicabilità dell’aggravante prevista dall’art. 577 capoverso, secondo cui  La pena è della reclusione da ventiquattro a trenta anni, se il fatto è commesso contro il coniuge, il fratello o la sorella, il padre o la madre adottivi, o il figlio adottivo, o contro un affine in linea rettaquando il reato di tentato omicidio venga commesso in danno del convivente more uxorio.

In buona sostanza, il ragionamento degli Ermellini si fonda sulla natura propria della norma penale sanzionatoria (in questo caso di un’aggravante) che, soggetta al principio di legalità (contenuto solo nell’art. 2 c.p. e nell’art. 25 Cost), non può essere oggetto di estensione per analogia.

A differenza di quanto accade nell’evoluzione del diritto e delle controversie civili, nel cui ambito l’orientamento della giurisprudenza e della dottrina maggioritarie è quello di tendere ad equiparare la condizione della convivenza more uxorio al rapporto di coniugio, nella giurisprudenza penale permane una profonda differenza di trattamento tra le due figure.

In tal senso, si può fare riferimento alla sentenza della Corte costituzionale numero 352 del 2000 (richiamata, peraltro, anche dalla sentenza de qua) con la quale viene escluso  che possano applicarsi al convivente more uxorio  le norme penali di favore previste per il coniuge.

Sempre nella stessa direzione può essere letta, altresì, una recentissima sentenza della Sesta Sezione della Suprema Corte (Sent. n. 2666 dep. 19.1.2017) cheta escluso l’applicabilità della Legge n. 54 del 2006, con riferimento alla violazione degli obblighi economici derivanti dal matrimonio, anche alla cessazione del rapporto di convivenza, anche laddove si discuta di versamenti in favore di figli minori.

Appare sempre più evidente (anche in questo caso) come, nella totale inerzia o incapacità del Legislatore, la giurisprudenza stenti a sopperire a quelle lacune normative, sui cui risvolti serpeggia sempre più in aumento il malumore tra tutti i professionisti legati al pianeta giustizia, con il solo strumento della dialettica e dell’interpretazione delle leggi vigenti.

Vai alla sentenza.

Avv. Salvatore Calandra

Riproduzione riservata.

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