Studio Legale Calandra

From the blog

Pubblicazioni

Responsabilità 231 del Terminal per infortunio: un caso pratico

La vicenda per la quale è stato recentemente concluso il  giudizio di secondo grado  riguarda un infortunio sul lavoro avvenuto all’interno di un’area portuale della Spezia, processo a carico di un  Terminal, poi oggetto di incorporazione nella società appellante, durante il dibattimento di primo grado.

Lo Studio  interviene nella   fase della proposizione dell’atto di appello avverso la sentenza di condanna in primo grado.

L’incidente avveniva all’esito di un’errata movimentazione di un blocco di marmo di forma irregolare (sovrapposto ad  un secondo blocco), prima, e una successiva violazione delle norme cautelari previste dal DVR durante il posizionamento di un terzo blocco, tutto ad opera del preposto (Foreman) poi infortunatosi. A quest’ultimo, con già alle  spalle una decennale esperienza nella medesima funzione, era stato da poco  somministrato un corso specifico sulla movimentazione di merci varie (tra cui il marmo). Nella sentenza di primo grado, che condannava il Terminal  alla sanzione di 200 quote da euro  258  ciascuna, si dava atto che l’infortunio era pacificamente riconducibile alla manovra scorretta  della stessa persona offesa. Secondo il Tribunale, però, mancava una  formazione specifica del lavoratore sulla movimentazione dei blocchi di marmo.

Si precisa che il  Terminal incorporante,  durante il processo di primo  grado, aveva provveduto a risarcire integralmente il danno.

L’appello si fondava principalmente 1) sull’abnormità del comportamento tenuto dal lavoratore e 2) sulla carenza di interesse o vantaggio in capo al  Terminal.

Senza entrare nello specifico delle singole confutazioni dell’impianto  motivazionale  della sentenza di primo grado, si poneva, comunque, in evidenza come le cautele  approntate dal datore di lavoro avrebbero dovuto essere considerate adeguate e riconducibili: 1) alla corretta predisposizione di un DVR nel quale erano puntualmente previste specifiche disposizioni con riferimento alle attività e competenze del Foreman; 2) alla comprovata esperienza e adeguata formazione del Foreman; 3) alla previsione della necessaria presenza costante in piazzale di un preposto di esperienza e adeguatamente formato; 4) alla disposizione specifica riguardante i massi informi, che prevedeva che questi non andassero impilati ma dovessero essere stoccati singolarmente. (sic!)

La Corte d’Appello ligure, all’esito della  discussione in udienza, concede un dimezzamento della sanzione da 200 a 100 quote ma non  accoglie la principale richiesta di proscioglimento.

Sotto il primo profilo della invocata abnormità  del comportamento del lavoratore, si continua ad insistere sulla necessità  di uno specifico corso relativo alla  movimentazione del marmo, ignorando che all’interno di un’area portuale  i lavoratori movimentano merci di differenti forme, pesi e materia, e pertanto la formazione viene somministrata in ordine all’effettiva attività che saranno chiamati a  svolgere.

Sotto il profilo della  sussistenza  dell’interesse o vantaggio la sentenza è  ancor meno condivisibile.

Si ritiene, in particolare, che la  Corte non abbia tenuto conto  della differenza strutturale ed ontologica tra: a) il reato presupposto, in materia di prevenzione infortunistica e addebitato alla persona fisica titolare della posizione di garanzia e b) la responsabilità dell’ente, per la  cui affermazione non è sufficiente la realizzazione dell’illecito, esigendosi altresì la prova che la violazione della regola cautelare sia dolosamente riconducibile ad una scelta di politica aziendale volta all’ottenimento di un interesse o vantaggio.

I Giudici d’appello hanno violato quel principio di diritto, ormai consolidato nella giurisprudenza della Suprema Corte, secondo il quale la prova della colpevolezza dell’ente, nei reati colposi, richiede un quid pluris riconducibile “…ad una precisa strategia dell’ente finalizzata ad eludere la normativa antinfortunistica in vista del conseguimento di altri interessi aziendali. Le eventuali carenze nell’organizzazione del sistema antinfortunistico aziendale, infatti, devono derivare non da mera colpa di organizzazione ma bensì da una deliberata e consapevole scelta finalizzata a far prevalere interessi di carattere economico su quelli relativi alla tutela dei lavoratori.” (Cass. Pen. Sez. IV n. 38363 del 23.5.2018).

In tal senso, appare doveroso evidenziare come il ragionamento seguito dalla Corte d’Appello, così come aveva già fatto il Tribunale, prenda le mosse dall’analisi dell’evento accaduto in relazione al quale, argomentando a posteriori su quali avrebbero potuto essere le specifiche cautele ritenute idonee ad evitarlo, l’apparato cautelare della società viene inevitabilmente ritenuto inidoneo. Secondo questa impostazione, c.d. profezia autoavverante, a tale inidoneità consegue necessariamente quell’interesse o vantaggio per l’ente, richiesti dall’art. 5 del Decreto 231, attribuiti al risparmio di spesa riconducibile all’omessa attuazione delle ulteriori cautele immaginate dal Giudicante “col senno di poi”.

Nel caso specifico, la presenza di un interesse o un vantaggio per la società vengono dunque collegati ad un’asserita carenza di formazione della PO nonché ad un inadeguato Documento di valutazione dei rischi.

Sotto il primo profilo, la pur documentata formazione della persona offesa, già precedente all’assunzione presso l’appellante e poi implementata dal corso di formazione avente ad oggetto la movimentazione di merci varie, non viene ritenuta sufficiente poiché mancante di un corso specifico sulla movimentazione del marmo (peraltro argomento trattato, tra gli altri, dal corso merce varia).

La domanda a cui non risponde la Corte d’Appello però, e che oltre a configurare carenza di motivazione viola il lamentato principio di diritto, è se l’assenza di un corso di formazione specifico sulla movimentazione del marmo sia riconducibile ad un “consapevole intento di conseguire un risparmio di spesa” ovvero se sia il frutto di una ritenuta idoneità (valutata ex ante da parte del soggetto responsabile) della formazione somministrata con il corso sulla movimentazione di merce varia ad un soggetto esperiente.

La Corte d’appello afferma apoditticamente che, “l’illecito è comunque avvenuto nell’interesse dell’ente … nel risparmio di spese che ne era conseguito, spese che il Terminal avrebbe dovuto affrontare laddove … avesse formato il Preposto con un corso avente ad oggetto la movimentazione e l’impilamento dei blocchi di marmo…. avesse affidato a tecnici qualificati l’elaborazione di un dettagliato documento di valutazione di rischi…”.

Ovviamente, la parte motiva della sentenza impugnata è totalmente carente nell’individuare la prova che il Documento di Valutazione dei Rischi esistente fosse stato redatto da tecnici non qualificati, né che la società avesse perseguito (ovvero ottenuto) un risparmio di spesa nell’affidamento dell’incarico ai medesimi tecnici.

Sul  punto, si rileva il principio esplicitato dalla sentenza della Suprema Corte, sez. IV, n. 49775 del 27.11.2019 che (richiamando la sentenza n.  38363 del 23/5/2018), e annullando una sentenza della  Corte d’Appello di  Trieste, ha ribadito che: “in tema di responsabilità degli enti derivante da reati colposi di evento in violazione della  normativa antinfortunistica, i criteri di imputazione oggettiva rappresentati dall’interesse e dal vantaggio, da  riferire entrambi alla  condotta del  soggetto agente e non all’evento, ricorrono, rispettivamente, il primo, quando l’autore del reato abbia violato la normativa cautelare con il consapevole  intento di conseguire un risparmio di spesa per l’ente, indipendentemente dal suo effettivo raggiungimento  e, il secondo, qualora l’autore del reato abbia  violato sistematicamente le norme antinfortunistiche, ricavandone oggettivamente un qualche vantaggio  per l’ente, sotto forma  di risparmio di spesa o massimizzazione della  produzione, indipendentemente dalla volontà  di ottenere  il vantaggio  stesso.”

Ovviamente la sentenza di secondo grado è stata impugnata proponendo tempestivo ricorso davanti la  Suprema Corte di Cassazione.

Avv. Salvatore Calandra

 

Si riceve su appuntamento

Il nostro studio, posizionato sulla più bella via della Superba, è a Vostra completa disposizione tutti i giorni, ventiquattro ore su ventiquattro.Non esiti a contattarci.