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Rescissione del Giudicato ed “effettiva conoscenza”: le Sezioni Unite non bastano!

Occuparsi di un procedimento penale ormai definito con sentenza passata in giudicato, allorquando il condannato si trovi già nelle Patrie galere con una condanna a sei anni di reclusione, non è tra le più semplici delle pratiche in cui possa imbattersi un avvocato.

Il detenuto, in lacrime, afferma che nulla sapeva del processo celebrato in sua assenza, che si, in effetti ricorda di una sera di tanti anni prima in cui era stato fermato dai Carabinieri, ma dopo tale momento mai più notizia aveva avuto del procedimento e che mai si sarebbe aspettato una condanna e, per di più, così severa. I familiari del detenuto, increduli della draconiana situazione in cui si ritrovano, premono affinché l’avvocato si adoperi per trovare “la via legale migliore” per fare uscire dal carcere il proprio congiunto nel più breve tempo possibile poiché è ingiusto che “lui” si trovi lì quando “tantissimi criminali di loro conoscenza, con all’attivo molti più reati di “lui” e, peraltro, ben più gravi vanno in giro per locali e balere senza che nessuno si occupi di loro”.

L’avvocato coscienzioso si premura, pertanto, di accedere nella cancelleria dell’esecuzione e  leggere tutti gli incartamenti afferenti il fascicolo processuale, controlla le notifiche, le date, i verbali dell’udienza, individua le norme applicabili al caso di specie e, per ulteriore conforto alla sua linea di difesa, approfondisce la giurisprudenza più recente pronunciata dalla Suprema Corte di Cassazione.

L’istituto processuale che potrebbe essere invocato dal detenuto è certamente quello della rescissione, disciplinata nell’art. 629 bis del codice di rito penale nella sua ultima formulazione (l’istituto in effetti è abbastanza recente essendo stato introdotto nel 2014 a seguito dell’introduzione dell’istituto dell’assenza in luogo dell’ormai “vecchia” figura della contumacia, ed era disciplinato, in prima battuta, dall’art. 625 ter c.p.p.) che recita: “Il condannato o il sottoposto a misura di sicurezza con sentenza passata in giudicato, nei cui confronti si sia proceduto in assenza per tutta la durata del processo, può ottenere la rescissione del giudicato qualora provi che l’assenza è stata dovuta ad una incolpevole mancata conoscenza della celebrazione del processo.

Occorre provare che l’assenza è stata dovuta ad un’incolpevole mancata conoscenza della celebrazione del processo, questa è l’essenza dell’istituto. Leggendo la giurisprudenza di legittimità che si occupa dell’istituto appare subito evidente come l’efficacia ed il buon esito della richiesta siano strettamente legati all’interpretazione che si vuol dare al significato di “effettiva mancata conoscenza”. Vi sono infatti due diversi orientamenti della Corte Suprema: 1) il primo che richiede la prova della conoscenza dell’accusa in base ad un provvedimento di vocatio in iudicium davanti al giudice del processo e 2) un secondo, per il quale è sufficiente la conoscenza dell’esistenza del procedimento sulla scorta di qualsiasi atto di contenuto giurisdizionale, anche nella fase investigativa.

La questione, in effetti, era sorta già prima della modifica della disciplina della contumacia con quella dell’assenza quando, in casi simili a quello de quo, come istituto processuale utilizzabile per lo scioglimento del giudicato vi era la “restituzione nel termine” ex art. 175 c.p.p. (che ancora deve essere utilizzato in relazione alle vecchie sentenze in contumacia).

Invero, si possono trovare sia sentenze che si schierano in favore del primo sia sentenze che argomentano in favore del  secondo orientamento, con opportuni richiami sia alla giurisprudenza della CEDU che della Consulta.

Nel 2019 sono state chiamate in causa le Sezioni Unite della Corte, per ben due volte, al fine di intervenire univocamente sull’indirizzo più aderente alla normativa, nazionale e sovranazionale.

Con il primo intervento, espresso con la sentenza n. 28912/19, le Sezioni Unite sono state chiarissime nel precisare che “…il processo in assenza non prevede alcuna forma di conoscenza presunta ma solo, a determinate condizioni, la volontaria sottrazione alla conoscenza. Tale volontaria sottrazione alla conoscenza è, invero, oggetto di una presunzione relativa in caso di inottemperanza all’onere di informazione che deriva dalle situazioni tipizzate dall’art. 420 bis c.p.p., con possibilità per l’assente di fornire prova contraria.” (Punto 7.3 della sentenza SS.UU 28912/19)

Nella parte motiva della sentenza si richiama, altresì, la Direttiva 2016/343 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 9 marzo 2016 “sul rafforzamento (…) del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali” cui gli Stati membri dovevano conformarsi entro il 10 aprile 2018. La direttiva prevede norme minime comuni affermando, nel preambolo, che il processo in assenza è consentito “qualora l’indagato o imputato sia stato informato in tempo utile del processo (…) informato del processo dovrebbe essere inteso nel senso che l’interessato è citato personalmente o è informato ufficialmente con altri mezzi della data e del luogo fissati per il processo…”

Ancora più recentemente, con ordinanza n. 9114 del 2019, è stata rimessa alle Sezioni Unite la seguente questione di diritto in tema di dichiarazione di assenza: «se per la valida pronuncia della dichiarazione di assenza di cui all’art. 420-bis cod. proc. pen., integri presupposto sufficiente – particolarmente nell’ipotesi della sua identificazione da parte della polizia giudiziaria, con nomina di difensore di ufficio – il fatto che l’indagato elegga contestualmente il domicilio presso il suddetto difensore di ufficio, oppure tale elezione non sia di per sé sufficiente e se, in questo caso, possa tuttavia diventarlo sulla base di altri elementi che convergano nel far risultare con certezza che lo stesso è a conoscenza del procedimento o si è volontariamente sottratto alla conoscenza del procedimento stesso o di atti del medesimo».

Orbene, all’udienza del 28 novembre 2019 (informazione provvisoria n. 26), le Sezioni Unite hanno fornito la seguente soluzione: «la sola elezione di domicilio presso il difensore di ufficio, da parte dell’indagato, non è di per sé presupposto idoneo per la dichiarazione di assenza di cui all’art. 420-bis cod. proc. pen., dovendo il giudice in ogni caso verificare, anche in presenza di altri elementi, che vi sia stata un’effettiva instaurazione di un rapporto professionale tra il legale domiciliatario e l’indagato, tale da fargli ritenere con certezza che quest’ultimo abbia conoscenza del procedimento ovvero si sia sottratto volontariamente alla conoscenza del procedimento stesso (principio espresso con riferimento a una fattispecie rientrante nella disciplina previgente alla introduzione del comma 4-bis dell’art. 162 cod. proc. pen.)».

Prendendo spunto da tale principio, una recentissima sentenza emessa dalla Quarta Sezione (Num. 10199/2020) ha annullato un’ordinanza che respingeva un’istanza di rescissione affermando che: “L’ordinanza impugnata non si è attenuta a tale insegnamento, essendosi limitata ad affermare la legittimità della dichiarazione di assenza dell’imputata sulla scorta della sola elezione di domicilio presso il difensore di ufficio, senza svolgere alcuna verifica in ordine alla effettiva instaurazione di un rapporto professionale tra il legale domiciliatario e l’indagata, ai fini della corretta valutazione dell’istanza di rescissione del giudicato avanzata dall’interessata.”

Ad oggi non è stata ancora pubblicata la sentenza emessa dalle Sezioni Unite relativa alla suddetta informazione provvisoria n. 26, ma dalla lettura di altre pur recentissime sentenze emesse da diverse sezioni (compresa la Quarta) della medesima Suprema Corte, (cfr. Sent. Num. 10238 Sez IV – Udienza: 03/03/2020; Sent. Num. 9085 Sez. III – Udienza 4.2.2020) si può leggere, con sconcerto più che perplessità, che “…alla luce della prevalente e più recente giurisprudenza, deve ritenersi ‘superato l’isolato precedente, secondo cui, in tema di processo celebrato in assenza dell’imputato, la conoscenza dell’esistenza del procedimento penale a carico dello stesso non può essere desunta dalla elezione di domicilio presso il difensore di ufficio effettuata, nell’immediatezza dell’accertamento del reato, in sede di redazione del verbale di identificazione d’iniziativa della polizia giudiziaria…”

In questo quadro, ritornando alla fattispecie concreta da cui ha preso avvio questo contributo, siamo in attesa della fissazione dell’udienza nanti la Suprema Corte di Cassazione, poiché la Corte d’Appello Ligure ha, ovviamente, aderito all’indirizzo meno garantista, respingendo l’istanza di rescissione avanzata nell’interesse del detenuto. Consapevoli della bontà e del fondamento normativo del ricorso, non del tutto sereni alla luce del “caos” giurisprudenziale sul punto.

Avv. Salvatore Calandra

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