Studio Legale Calandra

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Parliamo di natura ma dimentichiamo noi stessi: anche noi siamo natura, quand méme (F. Nietzsche)

Secondo uno studio delle Nazioni Unite, le autorità hanno sequestrato circa 370.000 pangolini detenuti illegalmente da privati nel periodo 2014-2018. Il pangolino, secondo lo stesso studio, è considerato uno dei possibili veicoli di trasmissione del virus SARS-CoV2. 

Esistono numerose convenzioni internazionali finalizzate alla preservazione della ‘vita sulla terra’, caratterizzate dalla finalità di proteggere e ripristinare gli ecosistemi terrestri: utilizzare in modo sostenibile le foreste, fermare la desertificazione e il degrado del territorio, salvaguardare la biodiversità. Un complesso legame unisce in un delicato equilibrio tutte le componenti di un territorio, fino al loro livello microscopico, invisibile all’occhio umano. Un ecosistema è tanto più ricco quanto più è ricca e sana la varietà di specie che lo compongono. Per questo sono importanti i tre elementi presi in considerazione da questo Goal: foreste, territorio, biodiversità.

Un complesso legame unisce in un delicato equilibrio tutte le componenti di un territorio, fino al loro livello microscopico, invisibile all’occhio umano

Il diritto ambientale internazionale, inteso come insieme di principi e di norme di protezione di foreste, territorio e biodiversità, vide la luce con la Conferenza di Stoccolma sull’ambiente umano del 1972, promossa dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il risultato di questo importante incontro tra stati fu la redazione della Dichiarazione di Stoccolma, non giuridicamente vincolante, ma comunque comportante un impegno dei contraenti di tipo tanto politico quanto morale. 

Sulla scia della Dichiarazione di Stoccolma, diversi sono i testi giuridici, di natura vincolante o meno, che si sono susseguiti, nel tentativo da parte degli stati di regolare il rapporto degli stessi, dei loro cittadini, delle loro popolazioni con la vita sulla terra. Ancora oggi, il caposaldo di queste normative è rappresentato dalla Convenzione sulla Diversità Biologica (Convention on Biological Diversity – CBD), elaborata in occasione della Conferenza su Ambiente e Sviluppo tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992. Da questa convenzione sono poi originati anche i due Protocolli di Cartagena, in materia di biosicurezza, e di Nagoya, sulla distribuzione equitativa dei benefici derivanti dall’impiego della CBD. L’obiettivo dei Protocolli è di prevedere una sicura, giusta ed equa condivisione dei benefici che derivano dall’utilizzazione delle risorse genetiche, ivi incluso l’appropriato accesso alle risorse genetiche e l’appropriato trasferimento delle relative tecnologie, tenendo in considerazione tutti i diritti riguardanti quelle risorse e quelle tecnologie e i fondi opportuni, contribuendo in tal modo alla conservazione della diversità biologica e all’uso sostenibile dei suoi componenti.

Tutti questi documenti ribadiscono due importanti principi consuetudinari, praticati informalmente dalla comunità internazionale anche prima della sua stessa approvazione: il principio secondo cui gli Stati hanno diritto di sfruttare le proprie risorse senza creare danno all’ambiente, ed il dovere di cooperazione. La cooperazione è infatti la chiave per un approccio coerente alla vita sulla terra, sulla quale i fenomeni fisici non rispettano i confini statali.

Gli Stati hanno diritto di sfruttare le proprie risorse senza creare danno all’ambiente, ed il dovere di cooperazione

Infine, la Convenzione CITES, firmata a Washington nel 1973, ha lo scopo di regolamentare il commercio internazionale di fauna e flora selvatiche in pericolo di estinzione, con riferimento a esemplari vivi o morti, o solo parti di organismi o prodotti da essi derivati, mirando a impedire lo sfruttamento commerciale delle specie in pericolo (si noti che il commercio è tra le prime cause di estinzione, insieme alla distruzione dell’habitat).

Nonostante la CITES vieti radicalmente il commercio del pangolino asiatico e regoli strettamente le possibilità di commercio dell’esemplare africano, come abbiamo visto, 370.000 esemplari di pangolino detenuti illegalmente sono stati sequestrati in un periodo di 4 anni, addirittura, forse, mettendo a rischio la salute umana su scala globale. Questo, con disarmante banalità, solo e semplicemente perchè un pangolino, asiatico od africano, non ha albergo nelle case, nelle ville o negli zoo, bensì nel suo habitat, dove a sua volta, l’homo sapiens non ha, o raramente ha, albergo. La vita sulla terra si sviluppa scandendo un ordine ben preciso, e le Convenzioni internazionali che abbiamo menzionato sopra possono solo essere un irriverente riflesso di questo ordine, che nel tentativo di inserire nell’equazione esigenze ‘umane, troppo umane’, finiscono per cambiarne irrevocabilmente il risultato.

Nessuna teoria del complotto, ovviamente. Chi scrive è ben consapevole di non avere competenze nel campo delle scienze naturali e per questo motivo i dati riportati sono attinti sempre e solo da fonti accreditate. Quello che possiamo invece fare è proporre un metodo giusfilosofico globale, uno spunto per la creazione di nuove metriche relazionali tra uomo e ambiente come spazio terrestre di vita. L’uomo è esso stesso vita sulla terra. Per le sue caratteristiche evolutive, esso ha la capacità di impattare sull’ambiente e sull’altra vita (ammesso e non concesso che la vita sulla Terra possa essere considerata altra, nella misura in cui si consideri la vita stessa come suscettibile di diversificazioni ontologiche), pertanto è chiaro che un contrappeso di auto-regolazione di questo impatto sia doveroso. Altrettanto, ancora una volta ci chiediamo non solo se dette auto-regolazioni, le Convenzioni che abbiamo rassegnato, davvero servano allo scopo di tutelare la vita sulla terra, o se piuttosto esse non siano uno sfogo per la coscienza. Oggi ci chiediamo anche se l’approccio di dette Convenzioni non sia, appunto, umano e troppo umano, antropocentrico, e quindi cieco delle forze pervasive che all’occhio umano sono celate. Dal manifesto del post-umano di Pepperell, al recentissimo e un pò commerciale Age of Union (scaricabile gratuitamente qui), molte ideologie ci invitano a pensarci come vita sulla terra, e da qui partire per una rivoluzione culturale del nostro approccio alla stessa, che diverrebbe quindi non più  altra vita ma, appunto, solo e semplicemente vita. Quel pangolino in salotto e le sconcertanti implicazioni che questa (mis)collocazione potrebbe aver avuto, in questa visione, assumono tutto un altro significato.

Ci chiediamo se l’approccio di dette Convenzioni non sia umano e troppo umano, antropocentrico, e quindi cieco delle forze pervasive che all’occhio umano sono celate

Nel suo quindicesimo goal, l’Agenda propone moltissime iniziative per preservare la vita sulla terra.

Se si legge quanto l’ONU stessa spiega in merito a questo goal, si può agevolmente comprendere che l’equilibrio della vita sul nostro pianeta, dal quale dipende anche la sopravvivenza della nostra specie, dipende in gran parte dall’arresto della deforestazione e della desertificazione e dalla preservazione della biodiversità. Ebbene, le attività umane stanno procedendo con sorprendente velocità nella direzione opposta.

L’equilibrio della vita sul nostro pianeta, dal quale dipende anche la sopravvivenza della nostra specie, dipende in gran parte dall’arresto della deforestazione e della desertificazione e dalla preservazione della biodiversità

Per questo è necessario ripensare alle attività economiche in ottica di preservare la vita sulla terra.

Il primo target fa proprio riferimento alla corretta preservazione degli ecosistemi. Ciascuna impresa potrebbe ad esempio effettuare un’indagine circa l’ecosistema in cui è inserita, sia che si tratti di zona urbana sia di zona extraurbana: in questo modo è possibile valutare correttamente il proprio impatto sull’ambiente circostante. Un altro modo per rispettare gli ecosistemi, ovunque essi siano, è essere bene informati circa l’impatto ambientale dei materiali che vengono usati in azienda, sia che si tratti di materiali prodotti internamente, sia che si tratti di materiali acquistati e utilizzati per i più diversi fini, come ad esempio la cancelleria. Inoltre, per mantenere ferma la barra su questo obiettivo, è sempre possibile e consigliato inserirlo tra i goal aziendali nel programma imprenditoriale.

Il secondo, terzo e quarto target, fanno specifico riferimento, rispettivamente, alle foreste ed alla loro conservazione e ripristino, alle zone desertiche e all’arresto della desertificazione e all’ecosistema montuoso che deve essere conservato correttamente. Si tratta apparentemente di realtà settoriali e precise, che quindi possono essere impattate solo da chi opera in quelle realtà: non è così. Ciascuna impresa acquista prodotti che sono stati fatti con i materiali più diversi la cui produzione ha avuto un impatto sui tre precedenti ecosistemi. Ciò che si può concretamente fare è stilare degli standard di acquisto, prevedendo che il materiale acquistato abbia determinate caratteristiche di basso impatto ambientale e prediligendo sistemi di economia circolare.

Ciascuna impresa acquista prodotti che sono stati fatti con i materiali più diversi la cui produzione ha avuto un impatto sui tre precedenti ecosistemi

Ciò che è necessario comprendere, è che non sono solo le grandi realtà ad impattare sulla vita del nostro pianeta, ma è la somma di tante piccole unità che hanno comportamenti inadeguati a portare agli effetti distruttivi dell’ecosistema terrestre. Certamente, se si è ad esempio un’azienda che produce energia, si potrà pensare di convertire la propria produzione in energie rinnovabili, ma anche chi è coinvolto nella produzione tessile o chi fornisce servizi può adottare le necessarie precauzioni per lasciare un’impronta il più possibile lieve sulla Terra.

Il quinto target rivolge la propria attenzione alla riduzione del degrado degli ambienti naturali, alla preservazione della biodiversità e proteggere, entro il 2020, le specie a rischio estinzione. In questo caso, l’informazione e la formazione interna giocano un ruolo fondamentale e l’Agenda incoraggia, come sempre, ad andare in questa direzione. D’altra parte, l’autoformazione, su questo argomento, è facilitata anche dall’enorme mole di materiale reperibile online, che può poi essere approfondita a seconda delle esigenze e delle possibilità. Una buona conoscenza dell’importanza della biodiversità e dei diversi modi in cui la propria impresa può avere impatti negativi su quest’ultima, è fondamentale per operare i giusti cambiamenti nella direzione della sua protezione. Un’iniziativa concreta è quella di organizzare una giornata di formazione sul tema della biodiversità, un’occasione di dialogo con soggetti competenti e cui si possano porre quesiti pratici circa le azioni da intraprendere.

Una buona conoscenza dell’importanza della biodiversità e dei diversi modi in cui la propria impresa può avere impatti negativi su quest’ultima, è fondamentale per operare i giusti cambiamenti nella direzione della sua protezione

Il serto target, si concentra sulla necessità di promuovere un’equa distribuzione delle risorse genetiche e di un equo accesso a tali risorse, così come è concordato a livello internazionale. Le “risorse genetiche” sono, secondo la CBD che abbiamo menzionato in apertura, oggetto di altri documenti internazionali come il Trattato internazionale Fao sulle risorse genetiche per l’alimentazione e l’agricoltura che riguarda specificamente la biodiversità agricola, il “materiale genetico con un valore reale o potenziale”. Si tratta quindi di uno o più geni, presenti in organismi viventi, in grado di trasmettere caratteristiche o codificare proteine. Tali risorse genetiche hanno o possono avere un interesse economico in quanto legate, ad esempio, alla produzione di medicinali o di cibo.

L’impresa, per affrontare questa sfida, può innanzitutto rendersi consapevole, del proprio impatto sulla biodiversità e preoccuparsi ad esempio del cibo che entra nella propria mensa o negli erogatori di snack oppure di cosa serve il bar dove i dipendenti/collaboratori vanno regolarmente a pranzo. Si può fare un’attività di promozione di acquisto di beni sfusi, ossia privi di packaging, sia per l’impresa che per i dipendenti/collaboratori, magari stipulando convenzioni con negozi che vendono questo tipo di merce. Inoltre, monitorare le proprie eventuali fonti di inquinamento e capire su quali ecosistemi esse impattano, è un buon primo passo per ridurre gli effetti negativi o, al limite, procedere a opere di compensazione mirate.

Per quanto concerne gli ultimi tre target, l’Agenda propone obiettivi ambiziosi, ma dichiara di non avere sufficienti dati per provvedere al monitoraggio dei risultati.

In particolare, il settimo target si occupa di combattere il bracconaggio, il traffico di specie protette ed il commercio illegale di specie selvatiche. Naturalmente per un’impresa impegnarsi su questo fronte può apparire difficile, a meno che non operi in settori specifici. Uno spunto che riteniamo interessante è quello di inserire questo argomento, magari sotto forma del macro-argomento del rispetto della biodiversità con le specifiche modalità di preservazione tra cui quelle indicate nel presente target, all’interno del codice etico aziendale, in modo da rendere conoscibile a tutto il personale l’importanza del tema e passare il messaggio che l’azienda vuole impegnarsi per questo goal dell’Agenda. In questo modo si incoraggia il whistleblowing riguardo a condotte scorrette. Inoltre, si ricorda che i reati ambientali, tra cui anche la cattura o il commercio di specie protette, sono parte dei reati presupposto per la responsabilità penale ed amministrativa degli enti, secondo quanto previsto dal d.lgs. 231/2001, per cui è opportuno trattare la materia con la dovuta attenzione.

Si può inserire il macro-argomento del rispetto della biodiversità con le specifiche modalità di preservazione tra cui quelle indicate nel settimo target, all’interno del codice etico aziendale

L’ottavo target riguarda la prevenzione della diffusione di specie invasive. Per rimanere entro i confini nazionali, è acclarato che in Italia sono molte le specie animali, vegetali e fungine che sono giunte e si sono perfettamente adattate ai nostri ecosistemi, provocando danni all’ecosistema. L’introduzione di tali specie, avviene sia in forma volontaria, attraverso l’acquisto di animali o vegetali, sia in forma involontaria mediante il turismo o il commercio. Sensibilizzare su questo problema è certamente importante e certamente può essere utile qualora i dipendenti/collaboratori si rechino all’estero, così come lo è nella scelta di acquistare prodotti il più possibile a chilometro zero.

Da ultimo, l’Agenda ci propone di “Entro il 2020, integrare i principi di ecosistema e biodiversità nei progetti nazionali e locali, nei processi di sviluppo e nelle strategie e nei resoconti per la riduzione della povertà”. Questo target può essere perseguito mediante l’introduzione di tali argomenti nei codici etici aziendali e nell’integrazione di strategie rivolte a questi obiettivi all’interno della politica aziendale, con la previsione di interventi mirati a seconda del settore operativo e delle possibilità di ciascuna impresa.

Qui il consueto questionario di autovalutazione, sul proprio livello di impegno nel raggiungere gli obiettivi dell’Agenda.

Avv. Elisa Traverso

Prof. (contr.) Isabella Querci

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