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Omesso versamento IVA – La “normale” prescrizione non si disapplica.

Con sentenza n. 16458 del 2017, la Terza Sezione della Suprema Corte esclude la fattispecie di cui all’art. 10 ter del D.Lgs. 74/2000 dal novero dei reati fiscali (in materia di IVA) per i quali dovrebbe disapplicarsi la prescrizione ordinaria (artt. 160 e 161 c.p.) sulla base di quanto affermato con la sentenza C 105/14 della Corte di Giustizia Europea (caso Taricco), che invoca la diretta e stringente applicazione dell’art. 325 TFUE.

La norma fiscale in oggetto punisce chiunque non versi “entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo d’imposta successivo, l’imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla dichiarazione annuale, per un ammontare superiore a euro duecentocinquantamila per ciascun periodo d’imposta”.

In realtà la sentenza, cambiando prospettiva rispetto alle motivazioni che sostenevano il ricorso presentato dal Procuratore Generale, rileva come l’art. 10 ter, non essendo caratterizzato da “frode”, ma limitandosi ad un omesso versamento di quanto dovuto a titolo di IVA, non può rientrare in quel novero di reati per i quali è necessario “combattere in modo effettivo e dissuasivo determinate ipotesi di gravi frodi in materia di IVA“.

La questione principale è di particolare delicatezza, investendo direttamente l’applicazione e la tutela di diritti costituzionalmente garantiti, tanto che è già stata sollevata, da più parti, questione di legittimità costituzionale sull’art. 2 L. 130/2008, come interpretato dalla sentenza della Corte di Giustizia sopra emarginata.

In particolare, sempre la medesima sezione della Suprema Corte, con ordinanza emessa in data 30 marzo 2016, rilevava come dalla disapplicazione e dal conseguente prolungamento del termine di prescrizione, così come richiesto dalla Corte di Giustizia, discendessero effetti evidentemente sfavorevoli per l’imputato, ponendosi in contrasto con gli artt. 3, 11, 25, comma 2, 27, comma 3, 101, comma 2, Cost., sottoponendo pertanto la questione alla Consulta che, a propria volta, ha ritenuto opportuno demandare la questione alla Corte di Giustizia Europea, chiedendosi “ se la Corte di giustizia abbia ritenuto che il giudice nazionale debba dare applicazione alla regola anche quando essa confligge con un principio cardine dell’ordinamento italiano. ”

Di particolare interesse il passaggio con cui la Corte sintetizza i termini della questione sollevata: “ L’impedimento del giudice nazionale ad applicare direttamente la regola enunciata dalla Corte non deriva da una interpretazione alternativa del diritto dell’Unione, ma esclusivamente dalla circostanza, in sé estranea all’ambito materiale di applicazione di quest’ultimo, che l’ordinamento italiano attribuisce alla normativa sulla prescrizione il carattere di norma del diritto penale sostanziale e la assoggetta al principio di legalità espresso dall’articolo 25, secondo comma, Cost. È questa una qualificazione esterna rispetto al significato proprio dell’articolo 325 del TFUE, che non dipende dal diritto europeo ma esclusivamente da quello nazionale.”

Superata, quindi, la problematica relativa alla fattispecie suddetta, rimaniamo in trepidante attesa di quanto verrà deciso dalla Corte di Giustizia Europea su una questione che, nei termini sopra precisati, presenta innumerevoli punti di conflitto con le norme cardine del Diritto Penale italiano.

Vai alla sentenza.

Avv. Salvatore Calandra

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