Studio Legale Calandra

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Modello Organizzativo 231/01 e infortuni sul luogo di lavoro

Sensibile e  controverso tema, in materia 231/01, è quello della configurazione dei reati colposi come presupposto della  responsabilità degli enti. Si prendono in esame in questa sede due differenti pronunce della Suprema Corte con riguardo alla tematica dell’efficace applicazione del Modello Organizzativo in caso di infortunio verificatosi sul luogo di lavoro.

La questione è complessa poiché, come accade per tutti i reati colposi presi in esame dal Decreto 231, ci si trova nella paradossale situazione riconducibile alla cosiddetta profezia autoavverante: il Modello Organizzativo è stato adottato al  fine di prevenire la verificazione del reato colposo (ossia commesso con imprudenza, imperizia o violazione di leggi o regolamenti); il reato si è verificato; quindi il Modello Organizzativo è inidoneo.

Questo falso sillogismo, se presso alla lettera, è ovviamente temuto dalle imprese, che rischiano di veder dichiarare la propria struttura non idonea poiché sguarnita di adeguati presidi contro il verificarsi di reati colposi,  nonostante l’impegno economico sostenuto per la redazione del modello  e l’implementazione di tutte le procedure da questo imposte.

La questione, pertanto, non è di poco momento ed infatti la dottrina si profonde in analisi approfondite così  come la Cassazione è investita delle questioni di diritto che si presentano nei vari casi concreti.

Le due sentenze prese oggi in esame, affrontano la questione in modo diametralmente opposto.

In particolare, secondo quanto indicato nella sentenza n. 49775/2910 della sezione IV, per aversi responsabilità dell’ente per reato colposo di evento, con riguardo alla violazione della normativa antinfortunistica, è necessario adottare un criterio d’imputazione oggettiva di interesse e vantaggio dell’ente, che deve essere riferito alla condotta tenuta e non dall’evento. In particolare, si avrebbe l’interesse se la condotta fosse volta consapevolmente a conseguire un risparmio di spesa e si avrebbe vantaggio se la violazione in questione fosse avvenuta in modo sistematico e da ciò sia derivato oggettivamente qualche vantaggio, da individuarsi come un risparmio di spesa o una massimizzazione della produzione.

In buona sostanza, la Cassazione ritiene che, quando alla violazione della norma antinfortunistica non corrisponda una prassi consolidata, conosciuta o conoscibile dagli organo apicali, non può dirsi che l’inosservanza risponda al perseguimento dell’interesso o vantaggio dell’ente, elementi che debbono essere presenti per poter ritenere quest’ultimo punibile.

In caso contrario, ci si troverebbe di fronte al concreto rischio di un’imputazione oggettiva per i reati colposi. Questo rischio si elide prevedendo che debba sussistere la colpa di organizzazione in capo all’ente: bisogna cercare di definire una forma di colpevolezza dell’ente e questa è reperibile nell’incapacità di darsi un’organizzazione e dotarsi degli strumenti necessari per evitare che, nell’ambito della propria attività d’impresa, vengano commessi determinati illeciti.

Il Supremo Collegio giunge alla conclusione che non sia sufficiente la mera sussistenza di un vantaggio economico, perché questo è sempre presente in caso di violazione della normativa antinfortunistica sotto forma di accelerazione del lavoro o di risparmio economico, ma è necessario che il sinistro non sia conseguenza di condotte isolate ed estemporanee, ma sia la conseguenza di una politica consapevole interna all’impresa.

Di diverso avviso, sebbene si tratti  sempre della medesima  IV sezione, la Corte che ha emesso la sentenza n. 29584/2020. La vicenda oggetto del giudizio si occupa dell’avvenuto verificarsi di lesioni personali ad un dipendente dell’impresa α, la quale è intervenuta su iniziativa autonoma di Tizio, dipendente dell’impresa β, per velocizzare lo svolgimento di un’opera di edilizia di cui β era committente. L’operazione compiuta da α, da cui sono derivate le lesioni, è stata compiuta in spregio alla normativa di sicurezza. Sono state condannate sia α che β poiché la prima ha avuto un risparmio di spesa, avendo eliminato i costi derivanti dalla gestione della normativa antinfortunistica, mentre la seconda, bypassando le doverose incombenze cautelari, avrebbe potuto realizzare l’opera in tempi più rapidi rispetto al progetto originario.

Di seguito il ragionamento svolto dal Collegio.

In via  preliminare si ribadisce quanto ormai chiarito dalle SS.UU del 2014 laddove si chiarisce che la responsabilità ex d.lgs. 231/01 è un tertium genus che rappresenta un connubio tra la tipologia di responsabilità penale e amministrativa e che deve rispettare i principi costituzionali di responsabilità per fatto proprio colpevole (SS. UU. n. 3843/14). I criteri d’imputazione oggettivi della responsabilità, ossia l’interesse e vantaggio dell’ente stabiliti dall’art. 5 del d.lgs. 231/2001 sono tra loro alternativi e concorrenti in quanto il primo è teleologico e soggettivo mentre  il secondo è oggettivo e deve essere valutato ex post (SS. UU. 38343/14).

Per quanto riguarda i reati colposi, è stato elaborato dalla giurisprudenza (cristallizzato dalla sentenza SS. UU. 38343/14) un criterio di compatibilità, che consiste nel riferire i summenzionati criteri di imputazione oggettiva alla condotta del soggetto agente e non all’evento, per cui bisogna rilevare una compatibilità tra l’inosservanza della prescrizione cautelare e l’esito vantaggioso per l’ente. In questo modo viene salvaguardato il principio di colpevolezza e si sanziona il soggetto meta-individuale che si è giovato della violazione. Bisogna trovare un modo di calibrare di volta in volta il significato di interesse e/o vantaggio, individuando i precisi canali che collegano teologicamente l’azione illecita della persona fisica all’interesse dell’ente.

Fino a qui, nulla di diverso rispetto alla pronuncia precedente. Gli Ermellini, però, a questo punto continuano nella parte motiva ribaltando il precedente assunto giurisprudenziale.

Se pure sembra pacifico che la responsabilità dell’ente non possa conseguire in modo indefettibile alla dimostrazione della sussistenza del reato presupposto e dell’immedesimazione organica, non si condivide l’idea che il criterio moderatore possa essere il carattere sistematico della violazione. Ciò, per due ragioni: in primo luogo perché la sistematicità non rileva quale elemento della fattispecie tipica dell’illecito dell’ente (non è infatti richiesta dall’art. 25 septies d.lgs. 231/01); in secondo luogo perché è un connotato non imposto al fine di collegare la condotta alla responsabilità dell’ente. In tal senso, si evidenzia come la sistematicità non sia  un criterio idoneo ad escludere dalle condotte rilevanti quelle coscienti e volontarie ma non intenzionali.

Secondo il Collegio ricorre l’interesse dell’ente quando la persona fisica, pur non volendo il verificarsi dell’evento, abbia consapevolmente agito per far conseguire all’ente un’utilità. Il concetto di sistematicità è da considerare eccentrico rispetto allo spirito della legge ed è eccessivamente generico in quanto non consente di comprendere quali comportamenti rilevino per la sua configurazione. Inoltre, la ripetizione di un’azione non è comunque sempre indice di un modo di essere dell’organizzazione. Potrebbe se mai atteggiarsi a filtro, per evitare che l’ente risponda esclusivamente per il fatto dell’immedesimazione organica del soggetto agente.

Sul piano probatorio, bisogna sempre considerare che l’atteggiamento finalistico della persona fisica fa parte della decisione presa nel suo foro interiore e questo foro va investigato, ammettendo che questo possa essere influenzato dalla sistematicità di comportamenti antidoverosi, espressione di un modo di essere dell’ente. D’altra parte, però, è necessario escludere la coincidenza dell’interesse nell’agire del soggetto fisico con il modo di essere dell’impresa, ricordando che l’interesse è un elemento che va valutato ex ante, mediante un parametro finalistico e tenendo presente che può sussistere anche con riguardo ad una trasgressione isolata. La Corte precisa che “… è eccentrico, rispetto allo spirito della legge, ritenere irrilevanti tutte quelle condotte, pur sorrette dalla  intenzionalità, ma in quanto episodiche e occasionali, non espressive di una politica aziendale di sistematica violazione delle regole cautelari.”

Nel caso trattato dal Supremo Collegio, il criterio di imputazione oggettivo previsto dall’art. 5 d.lgs. 231/2001 viene individuato nella riduzione dei tempi di realizzazione dell’opera e, pertanto, entrambi gli enti intervenuti sono stati condannati.

Dalla lettura delle due sentenze, se da un lato appare condivisibile il rilievo circa l’inidoneità della “sistematicità” a ricoprire il ruolo di criterio  dirimente per l’attribuzione o meno della responsabilità 231 in capo all’ente, si ritiene plausibile che questo  possa essere utilizzato come parametro, insieme ad altri, per l’affermazione della responsabilità. Di certo, gli attori della normativa 231 restano in attesa della definizione di un criterio univoco e affidabile che permetta che la responsabilità degli enti coinvolti in procedimenti collegati ad infortuni sul lavoro di natura colposa non sia attribuita in modo meramente oggettivo, indiscriminato e privo di un tangibile accertamento di colpa organizzativa.

Avv. Salvatore Calandra

Avv. Elisa Traverso

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