Studio Legale Calandra

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Lieve è l’operar se in molti è condiviso (Omero)

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) è stata istituita nel 1919 nell’ambito del Trattato di Versailles, per affermare che una pace duratura ed universale è possibile solo se realizzata sulla base della giustizia sociale. La Costituzione fu redatta dalla “Labour Commission”, istituita dalla Conferenza di Pace di Parigi e composta dai rappresentanti di nove Stati: Belgio, Cuba, Cecoslovacchia, Francia, Italia, Giappone, Polonia, Gran Bretagna e Stati Uniti d’America. In quanto Paese fondatore, l’Italia ha fin da subito condiviso gli obiettivi fondamentali dell’OIL, quali il riconoscimento a livello internazionale dei diritti umani e del lavoro, la promozione della giustizia sociale e dell’opportunità per donne e uomini di ottenere un lavoro dignitoso e produttivo, in condizioni di libertà, uguaglianza, sicurezza e dignità.

Non di meno, come spesso è accaduto, a questo sforzi di codificazione internazionale non è corrisposto un effettivo ed uniforme innalzamento della qualità del lavoro. 50 anni fa esatti, sul New York Times, il premio Nobel per l’economia Friedman pubblicava un articolo dal titolo “La responsabilità sociale delle imprese è aumentare i profitti”. Secondo la riflessione dello studioso, le aziende hanno come obiettivo quello di fare, nel rispetto delle leggi e delle regole (quindi anche quelle ambientali e lavoristiche), quanti più profitti possibili. E’ poi compito dello stato, che ha un ruolo politico, occuparsi attraverso le imposte pagate dalle imprese di problemi sociali dopo un processo democratico. Oppure dei singoli, che usano i loro soldi per le iniziative sociali o di beneficenza che ritengono più meritevoli.

Oggi, ovviamente, il modo in cui l’impresa è concepita, così come le aspettative che la società ha nei confronti del settore produttivo, sono cambiati. Ce lo dimostra l’uso sempre più diffuso della nozione di Corporate Social Responsibility, definita nel 2001 dalla Comunità Europea come «l’integrazione su base volontaria, da parte delle imprese, delle preoccupazioni sociali e ambientali nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate». Questo ruolo fondamentale delle imprese per il progresso sociale, che si manifesta in un potere di influenza prima ancora che in una responsabilità, finalmente riconosciuto dalle autorità nazionali, europee e internazionali, ha consentito lo sviluppo di numerosi casi virtuosi, che chi volesse approfondire può consultare a questo link.

L’Unione europea, in quanto ‘economia sociale di mercato’ ha da sempre cercato di bilanciare esigenze di crescita economica a istanze legate ai diritti sociali, quali appunto quelli legati al lavoro. 

Un esempio interessante di questo modello, il cui successo è comunque messo fortemente in discussione tanto dagli studiosi quanto dagli osservatori non tecnici, è il sistema chiamato Generalized Scheme of Preferences. Esso si fonda sull’assunto che l’Unione europea abbatta i propri dazi in entrata per le merci provenienti da paesi in via di sviluppo che ratifichino e inizino ad implementare 27 diverse convenzioni internazionali relative a diritti umani, diritti dei lavoratori, protezione ambientale e buon governo.

Nuovamente, però, ci si trova dinnanzi al divario tra gli impegni ratificati tramite le convenzioni sopra dette e la realtà quotidiana del mondo lavorativo, che spesso conosce condizioni ben lontane dalla soglia della dignità, nei paesi in via di sviluppo e anche nei paesi occidentali.

Proprio per cercare di andare ad individuare le molte implicazioni del lavoro e della crescita economica, il goal 8 dell’Agenda 2030 si articola in 10 target, che riflettono sua complessità e delle molte sfaccettature che può assumere il suo contenuto.

Il primo di questi target si prefigge l’obiettivo di aumentare la crescita economica pro capite in accordo con la situazione del Paese e, in particolare, accrescere almeno del 7 percento il prodotto interno lordo nei Paesi meno sviluppati. Ciascuna impresa può impegnarsi per favorire il raggiungimento di questo obiettivo innanzitutto crescendo e sviluppandosi, provvedendo a pagare regolarmente le tasse, favorendo lo spillover, ed i mercati inclusivi, creando per quanto possibile occupazione nella supply chain, soprattutto tra i lavoratori  marginalizzati. L’Agenda fa riferimento, come indicatore per la crescita economica collegata al maggior benessere, al PIL, uno strumento che non trova d’accordo tutti gli esperti, ma che ha il pregio di essere universalmente conosciuto, anche se altri e più appropriati indicatori di benessere si stanno facendo strada. 

Il secondo target si occupa di prevedere un innalzamento dei livelli di produttività attraverso la diversificazione, lo sviluppo della tecnologia e l’innovazione, anche attraverso un focus sulle professioni ad alto valore aggiunto e settori ad alto impiego di manodopera. Un’impresa potrebbe, per impegnarsi in questo campo, investire nell’innovazione tecnologica e magari collaborare con una start-up, cercare soluzioni al negativo impatto sull’impiego di un’elevata automazione tramite uno studio interno specifico e favorire la libera scelta dei percorsi di studio e lavoro dei propri dipendenti e dei loro figli organizzando o promuovendo la partecipazione a corsi di orientamento.

Nel terzo target si parla di promozione di politiche orientate a supportare le attività innovative o creatrici di lavoro, oltre che incoraggiare lo sviluppo della micro, piccola e media impresa. Nel panorama imprenditoriale italiano, questo si può realizzare intraprendendo il dialogo con le forze politiche, cercando nel modo più proficuo i finanziamenti per lo sviluppo, combattendo la criminalità che spesso si appropria di quei finanziamenti e diffondendo il proprio know how.

Nel quarto target ci si occupa di migliorare progressivamente l’efficienza delle risorse energetiche nel consumo e nella produzione e impegnarsi a separare la crescita economica dal degrado ambientale. Questo si può fare promuovendo all’interno dell’impresa politiche di economia circolare, ponendo particolare attenzione al proprio impatto ambientale, sviluppando piani di sostenibilità e mediante l’informazione diretta ai propri acquirenti tramite incontri o eventi a tema organizzati magari in cooperazione con altre imprese.

Il quinto target si propone di ottenere il pieno produttivo impiego, oltre ad un lavoro dignitoso ed equamente retribuito per tutti, comprese le categorie di minoranza o quelle attualmente discriminate. Questo target si può raggiungere ad esempio adottando al proprio interno politiche di parità salariale e assumendo persone appartenenti alle categorie protette anche ove non obbligatorio, adottando politiche interne di whistleblowing in ordine ai reati sessuali, violenti e di discriminazione o facendosi promotori di buone pratiche circa diritti umani oltre che prestando particolare attenzione alla provenienza di ciò che si acquista, evitando prodotti di aree ove dilagano il lavoro minorile e lo sfruttamento dei lavoratori.

Il sesto target si occupa dei giovani: l’obiettivo è quello di ridurre il numero di giovani che non lavorano, né studiano entro il 2020. Questo obiettivo si può naturalmente estendere al 2030 e per raggiungerlo l’impresa può favorire l’assunzione al suo interno di giovani anche senza esperienza occupandosi della loro formazione lavorativa, oltre che rendersi disponibile ad accogliere i percorsi di alternanza scuola-lavoro.

Il settimo target si propone di eradicare il lavoro forzato, la schiavitù ed il traffico di esseri umani, oltre al lavoro minorile, compreso lo sfruttamento dei bambini soldato. Questo obiettivo si raggiunge eliminando qualsiasi forma di lavoro non regolare, ponendo attenzione alla provenienza di merci e materie prime e attivandosi in caso di evidenza di violazioni dei diritti umani. Inoltre, si può porre attenzione all’assunzione di persone che potrebbero essere state vittime di traffico di esseri umani e che spesso accettano qualsiasi condizione lavorativa pur di avere le risorse per vivere. Se le condizioni economiche o normative rendono troppo difficoltoso assumere collaboratori che non siano “in nero”, l’unica soluzione possibile è quella di combattere questa situazione a monte, non cercare di aggirare la legge.

Il nono target si occupa del turismo sostenibile e rispettoso delle culture locali. Spesso il lavoro creato dal turismo è esclusivamente stagionale e sottopagato, inoltre il turismo di massa sta causando lo spopolamento dei centri storici delle nostre città, soprattutto quelle in cui si concentra il passaggio, e sviando l’attenzione da quelle che invece non vengono incluse nei principali itinerari turistici. L’imprenditore che non lavori strettamente nel settore turistico può favorire il turismo di prossimità mediante l’informazione, può formare associazioni per il ripopolamento dei centri storici proponendo di aprire succursali per fornire servizi al cittadino e non esclusivamente al turista. Inoltre può coordinare la pianificazione delle ferie dei propri dipendenti e collaboratori in modo che non siano tutti in vacanza nello stesso periodo, garantendo continuità nel servizio e scoraggiando il turismo di massa che spesso lascia una scia di degrado nei luoghi ove si concentra e non è quasi mai fonte di arricchimento culturale né di vero riposo della mente.

Infine, il decimo target si propone di rafforzare la capacità degli istituti finanziari domestici ed incoraggiare la possibilità di accesso a questi servizi da parte di tutti. Per questo target l’imprenditore può facilitare l’accesso dei propri dipendenti e collaboratori ad istituti assicurativi e finanziari mediante convenzioni, prediligendo magari servizi finanziari indipendenti e scoraggiando le pratiche di eccessivo indebitamento.

Questo goal è decisamente impegnativo, ma altrettanto decisamente ricco di spunti, sta al singolo individuare quali sono i target in cui riesce ad impegnarsi e stabilire obiettivi concreti e misurabili per raggiungere i risultati che l’Agenda 2030 si prefigge.

Qui trovate il consueto questionario, per auto valutare il vostro impegno circa questo importante goal dell’Agenda 2030.

Avv. Elisa Traverso

Prof (contr.) Isabella Querci

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