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La confisca nei reati tributari nel D.lgs 231/01

A seguito dell’introduzione dei reati tributari all’interno del catalogo di cui al d.lgs. 231/2001, si è consolidata quell’interpretazione della disciplina della confisca nei confronti dell’ente che era già stata fornita, sebbene non in via del tutto uniforme, da parte della giurisprudenza già in precedenza.

L’art. 25 quinquiesdecies del Decreto, introdotto e poi ampliato a più riprese, ha esteso l’elenco dei reati per cui un ente è perseguibile anche a  una lunga serie di reati di  natura tributaria, che vengono commessi nell’interesse o a vantaggio dell’ente. Questa norma deriva dall’applicazione nel nostro Paese della direttiva PIF (2017/137/UE), attuata con un certo ritardo con il d.l. 124/2019 convertito con l. 157/2019 e poi implementata da ultimo con il d.lgs. 75/2020. Il risultato dei differenti interventi del legislatore è una norma che sconfina oltre i dettami della direttiva PIF, la quale prevede che l’ente collettivo possa essere ritenuto responsabile per una frode IVA considerata grave, ossia per somme superiori a 10.000.000 di euro e a carattere transnazionale. L’Italia, mediante il nuovo testo dell’art. 25 quinquiesdecies d.lgs. 231/01, tutela non solo questo tipo di frodi che preservano gli interessi finanziari dell’Unione Europea, ma anche il sistema fiscale nazionale.

La disciplina della confisca all’interno del Decreto con riguardo ai reati tributari, come già anticipato, si inserisce in un percorso interpretativo della giurisprudenza e ne cristallizza l’orientamento in favore della possibilità di procedere non solo alla confisca diretta ma anche alla confisca di valore (o per equivalente), rispetto alla quale invece non vi era mai stato l’avallo della giurisprudenza poiché, in assenza di una base normativa, sarebbe stata riconducibile a un caso di analogia in malam partem e quindi illegittima. Il Decreto consente inoltre all’Autorità Giudiziaria di procedere anche al sequestro finalizzato alla confisca, ove previsto.

La confisca, nel Decreto, ha esplicitamente natura sanzionatoria, ma il legislatore non si può spingere fino a qualificarla come una sanzione di natura penale, come invece è stato fatto nel corpo della Direttiva PIF. Si trovano due norme specifiche all’interno del Decreto, in tema di confisca, l’art. 6 e l’art 19 i quali disciplinano il primo la confisca del profitto tratto dall’ente dalla commissione dell’illecito, a prescindere dall’accertamento della responsabilità dell’ente stesso ed il secondo la confisca di natura esplicitamente sanzionatoria prevista anche per equivalente ed in seguito all’accertamento della colpa di organizzazione in capo all’ente.

Per quanto concerne la specifica disciplina della confisca nell’ambito dei reati tributari, la normativa introdotta con la L. 159/19, e integrata successivamente con il D.lgs. 75/2020, recepisce quanto affermato dalle Sezioni Unite nel 2014 con la Sentenza Gubert in materia di confisca diretta e introduce poi la regolamentazione della confisca per equivalente. La Cassazione, secondo quanto precisato in questa pronuncia, considerava legittima la confisca, ex art. 240 co.1 cp, dei beni direttamente riconducibili al profitto dell’ente nel cui interesse era stato commesso il reato tributario. Inoltre, confermava la legittimità della confisca del profitto riconducibile ad un mero risparmio di spesa, quindi un profitto futuro, sempre derivante dalla commissione dell’illecito, ma non più necessariamente attuale. Di fondamentale importanza è stata però la precisazione secondo la quale tutti i beni oggetto di confisca dovessero essere riconducibili alla commissione del reato, confermando il principio di pertinenzialità della misura ablatoria.

La Cassazione ha quindi sdoganato la confisca di quanto indirettamente ottenuto dalla commissione del reato, ma non si è potuta/voluta spingere a considerare legittima la confisca per equivalente, per il divieto di estensione analogica, anche se appare del tutto evidente che rispetto ai beni fungibili come il denaro una qualche forma di “equivalenza” appare inevitabile.

Questi i principi di diritto estrapolati dalla summenzionata sentenza:

«È consentito nei confronti di una persona giuridica il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di denaro o di altri beni fungibili o di beni direttamente riconducibili al profitto di reato tributario commesso dagli organi della persona giuridica stessa, quando tale profitto (o beni direttamente riconducibili al profitto) sia nella disponibilità di tale persona giuridica».

«Non è consentito il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti di una persona giuridica qualora non sia stato reperito il profitto di reato tributario compiuto dagli organi della persona giuridica stessa, salvo che la persona giuridica sia uno schermo fittizio».

«Non è consentito il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti degli organi della persona giuridica per reati tributari da costoro commessi, quando sia possibile il sequestro finalizzato alla confisca di denaro o di altri beni fungibili o di beni direttamente riconducibili al profitto di reato tributario compiuto dagli organi della persona giuridica stessa in capo a costoro o a persona (compresa quella giuridica) non estranea al reato».

«L’impossibilità del sequestro del profitto di reato può essere anche solo transitoria senza che sia necessaria la preventiva ricerca generalizzata dei beni costituenti il profitto di reato».

Tale orientamento giurisprudenziale è stato poi confermato da ulteriore giurisprudenza, anche delle Sezioni Unite (Sentenza Lucci del 2015), fino al 2019 (Sentenza Mantova Petroli).

L’intervento legislativo ha chiarito i termini della questione, ha introdotto la disciplina della confisca per equivalente, ma non ha di molto innovato rispetto a quanto era già stato stabilito dalla Cassazione in materia di confisca diretta.

Viene così confermata la direzione dell’intervento repressivo statale nel percorso caratterizzato da una sempre maggiore severità di trattamento per gli enti coinvolti nella commissione di illeciti, in un quadro caratterizzato da sanzioni riconducibili a misure ablatorie, pecuniarie amministrative e penali che si sovrappongono senza alcun meccanismo di coordinamento a garanzia di una proporzionalità  sostanziale della pena.

Avv. Elisa Traverso

Avv. Salvatore Calandra

 

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