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La Cassazione, ossequiando la Corte di Giustizia Europea, disapplica i termini massimi di prescrizione.

CASSAZIONE PENALE – n. 2210/2016 – Terza Sezione – 
Per le gravi frodi in materia di IVA va disapplicato il termine di prescrizione imposto dalla normativa italiana, che ricomincia a decorrere dopo ogni atto interruttivo. Così la Corte di Cassazione, terza sezione penale, con la sentenza n. 2210 del 2016.
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La Suprema Corte, accogliendo un ricorso in materia di frode carosello, ha ritenuto di dover disapplicare la specifica norma di cui all’ultima parte del comma 3 dell’art. 160 e al comma 2 dell’art. 161 c.p. a seguito della sentenza della Corte di Giustizia UE 8 settembre 2015 (Grande Sezione), Taricco, C-105/14.
Con tale sentenza, infatti, la Grande Sezione della Corte del Lussemburgo nel c.d. caso Taricco ha denunciato l’insostenibilità delle norme in questione (e, in particolare, della previsione di un termine massimo in presenza di atti interruttivi) nella misura in cui tale meccanismo può determinare in pratica la sistematica impunità delle gravi frodi in materia di IVA, lasciando così senza tutela adeguata gli interessi finanziari non solo dell’Erario italiano, ma anche  quelli dell’Unione. Tale disciplina è stata giudicata incompatibile con gli obblighi europei di tutela penale, il cui contenuto notoriamente non si esaurisce soltanto nella previsione astratta di norme incriminatrici, ma si estende altresì all’applicazione nel caso concreto delle pene da esse previste nel caso di violazione.
Tale decisione si pone in contrasto con quanto ha affermato, pochi mesi fa, dalla Corte d’Appello di Milano, che ha  rimesso alla Corte Costituzionale la questione, ritenendo che la riserva di legge nella materia penale, contenuta nell’art. 25, comma 2, Cost. (che secondo i giudici milanesi non troverebbe come tale corrispondenza né nell’art. 7 CEDU, né nell’art. 49 CDFUE) allude alla legge nazionale quale unica fonte legittimata a stabilire le condizioni per l’affermazione della responsabilità penale, sì da rendere di per sé illegittima la pretesa dell’Unione europea di imporre attraverso le proprie fonti l’irrogazione di sanzioni penali a carico di un individuo che dovrebbe invece restare esente da pena secondo la legge nazionale.
La Suprema Corte, invece, ha escluso che nel caso in esame vi fossero sufficienti ragioni per sollevare una questione di legittimità costituzionale, dal momento che è evidente per gli Ermellini la mancanza di contro limiti e di dubbi ragionevoli sulla compatibilità degli effetti della imposta disapplicazione con le norme costituzionali italiane.
In particolare, precisa la Cassazione, non v’è questione di un possibile contrasto della Legge di esecuzione del Trattato (e, quindi, dell’art. 325 TFUE, richiamato dalla CGUE) con l’art. 25, comma 2, Cost., e ciò perché la specifica norma di cui all’ultima parte del comma 3 dell’art. 160 c.p. e del comma 2 dell’art. 161 c.p. , non gode della copertura della citata norma costituzionale di cui all’art. 25.
A nulla varrebbe, peraltro, argomentare sulla natura della disciplina della prescrizione, o di alcuni elementi di essa, e cioè se essa abbia natura sostanziale o processuale, poiché comunque la specifica norma che qui interessa non è coperta dalla tutela dell’art. 25 Cost. e dall’art. 7 CEDU come afferma anche la sentenza n. 236/2011 della Corte Costituzionale.
In tale sentenza, al punto 15, si definisce irrilevante la natura della prescrizione, affermando che dalla “stessa giurisprudenza della Corte europea emerge che l’istituto della prescrizione, indipendentemente dalla natura sostanziale o processuale che gli attribuiscono i diversi ordinamenti nazionali, non forma oggetto della tutela apprestata dall’art. 7 della Convenzione”.
La sentenza europea, dunque, per la Suprema Corte, non incide sulla disciplina e sui termini di prescrizione, ma solo sulla durata massima della interruzione.
In definitiva, applicando tale interpretazione, il termine ordinario di prescrizione ricomincerà da capo a decorrere dopo ogni atto interruttivo.

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