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Il sistema di giustizia riparativa e gli Enti

La c.d. Riforma Cartabia ha introdotto il sistema di giustizia ripartiva, racchiuso negli articoli compresi dal 42 al 67 del d.lgs. 150/2022. Tale sistema ha certamente un intento deflattivo, ma i suoi risvolti possono andare ben oltre la semplice riduzione dei procedimenti penali pendenti poiché, per la prima volta, diventa protagonista la soluzione del conflitto sottostante al procedimento piuttosto che il mero risarcimento del danno orientato ad ottenere la remissione della querela.

L’obiettivo del programma di giustizia ripartiva è infatti quello di giungere ad una piena riparazione dell’offesa, attraverso la tutela dei beni giuridici offesi dal reato, certamente con uno sguardo rivolto anche alla remissione della querela. Però bisogna considerare che la giustizia ripartiva si può attivare per ogni tipo di reato (non solo per quelli procedibili a querela ma anche per quelli a procedibilità d’ufficio) e che persegue anche finalità preventive proprio attraverso la rimozione del conflitto da cui è scaturito il reato, percorso orientato anche al reinserimento sociale del reo. Peraltro, il programma può anche essere attuato dalla “vittima” (terminologia nuova per il nostro legislatore penale) e vi possono accedere anche gli enti: la comunità e le vittime di reati analoghi che possono così beneficiare della mediazione.

Anche solo considerando queste premesse generali, senza approfondire la disciplina tecnica dell’istituto in esame, si può certamente notare il diverso approccio al reato e alla sua composizione. La vittima, nonostante si possa sindacare sulla vocabolo utilizzato dal legislatore, diventa un soggetto a cui viene data la possibilità di spogliarsi dalla sua etichetta di “offeso” e può adoperarsi attivamente per eliminare e risolvere le questioni derivanti (o precedenti) dal reato, così come la comunità in cui si è perpetrata l’azione criminosa può capire come eliminare o prevenire i fattori criminogeni al suo interno. A parere di chi scrive, questo istituto è di più facile applicazione nei casi di reati gravi, in cui sorgono questioni collaterali che spesso rimangono irrisolte, generando ulteriori problemi.

Partendo da questo presupposto, è opportuno notare come l’estensione della giustizia ripartiva anche agli enti si spinge oltre rispetto a quanto disposto dalla delega, esaltando la caratteristica non esclusivamente deflativa dell’istituto, dato il minore impatto numerico dei processi che vedono coinvolti gli enti. Questi ultimi possono ora partecipare ai programmi di giustizia ripartiva sia come vittima, sia come autore dell’offesa, sia come soggetti appartenenti alla comunità, con ciò sottolineando, una volta di più, la nuova concezione di “ente” non più come semplice soggetto economico, ma come organismo vivo e radicato nella comunità in cui opera.

Secondo chi scrive, questa estensione potrebbe spingere sempre più enti a riconsiderare il proprio ruolo sociale, incoraggiando i Board ad avere una maggiore attenzione alla comunità in cui sono inseriti, proprio in ragione del loro potenziale coinvolgimento in un procedimento dialogico approfondito come quello della giustizia riparativa. Vengono subito in mente eventuali procedimenti penali conseguenti alla commissione di  reati ambientali, in cui la comunità che ha subito il danno ha interesse a instaurare con l’organizzazione un percorso per risolvere in modo definitivo le questioni sottostanti alla commissione del reato. Considerando che l’adesione ai programmi è sempre volontaria e che, pur avendo efficacia premiale, non ha l’effetto di arrestare la prosecuzione del procedimento, questo fatto potrebbe/dovrebbe portare a prevenire la commissione dei reati con un maggiore impegno nella compilazione ed attuazione del MOG.

Inoltre, in questo tipo di programmi, non è il mero risarcimento del danno ad essere rilevante, ma l’aver completamente e positivamente aderito e portato a termine il programma stesso.

Ciò che è invece utile prevenire sono gli abusi dell’istituto in esame, ossia i programmi attivati solo per ottenere visibilità o per proporre rivendicazioni che ricadono al di fuori del raggio d’azione dell’ente. Altro elemento che va considerato è il possibile stigma sociale che può derivare dall’adesione a un programma: è importante sottolineare che questa non è in alcun modo un’ammissione di colpevolezza e tale interpretazione è sintomo di una visione distorta dell’istituto.

Chi scrive ha una visione del tutto positiva di questo nuovo modo di approcciarsi al conflitto, finalmente basato non solo sulla mera dazione di denaro in cambio della remissione della querela al termine di una transazione che, naturalmente, scontenta tutti, quanto piuttosto su un dialogo che possa risolvere alla radice le cause che hanno generato la commissione del reato. Anche il coinvolgimento degli enti, come già anticipato, è un elemento positivo dato il loro peso rilevante all’interno della comunità in cui sono inseriti ed al ruolo di attori sociali che si stanno sempre più ritagliando.

Avv. Elisa Traverso

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