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Il datore di lavoro è scriminato dalla condotta colposa e imprevedibile del lavoratore

In materia di sicurezza sul lavoro, con particolare riferimento a quella fase critica che si innesta allorché si verifichi un episodio di infortunio durante l’attività lavorativa, una tematica sempre attuale e molto delicata riguarda il rapporto e le responsabilità da attribuire, rispettivamente, all’organizzazione d’impresa ed al dipendente vittima del sinistro.

L’orientamento della giurisprudenza, in tema di responsabilità del datore di lavoro per gli infortuni occorsi ai propri dipendenti, negli ultimi anni sta mutando e si sta assestando su un orientamento in base al quale il datore di lavoro non è più oggettivamente responsabile semplicemente perché riveste tale posizione, ma si ritiene necessario verificare in concreto anche la condotta (colposa) tenuta dal lavoratore. La Suprema Corte ha ammesso che laddove questa fosse ritenuta dal Giudice la sola causa dell’infortunio, ciò varrebbe ad escludere eventuali ulteriori responsabilità di terzi (compreso il datore di lavoro).

Si rileva, quindi, una tendenza a ridimensionare l’obbligo assoluto di vigilanza da parte del datore di lavoro, il quale deve effettuare una corretta valutazione dei rischi relativi alle diverse attività, fornire i mezzi idonei alla prevenzione ed adempiere a tutti gli obblighi derivanti dalla sua posizione di garanzia, ma non sarà ritenuto responsabile per una condotta imprevedibilmente colposa del lavoratore. (Cass. Pen., sez. IV, sent. n. 8883/2016). L’orientamento della Cassazione passa quindi da una visione iperprotettiva del lavoratore, ad una visione collaborativa, in cui si assiste ad una ripartizione delle responsabilità.

Ancora più recentemente, la Cassazione ha precisato che affinché il datore di lavoro sia esonerato dalla responsabilità, in caso di infortunio di un suo dipendente, è necessario e sufficiente che quest’ultimo abbia tenuto una condotta “abnorme”, ossia un comportamento che “per la sua stranezza ed imprevedibilità, si ponga al di fuori di ogni possibilità di controllo da parte dei soggetti preposti all’applicazione delle misure di prevenzione contro gli infortuni sul lavoro“, tale non essendo “il comportamento del lavoratore che abbia compiuto un’operazione comunque rientrante nel segmento di lavoro attribuitogli” (Cass. Pen., sez. IV, sent. n. 1472/2019, conf. sent. n. 2392/2011 e n. 16397/2015). Pertanto, ad esempio, il fatto che tra i lavoratori sia in vigore una prassi comportamentale, con riguardo ad alcune attività oggetto delle loro mansioni, non può essere un elemento da considerarsi a favore del datore di lavoro, il quale deve sempre esercitare la propria funzione di controllo e vigilanza sull’osservazione delle corrette procedure, oltre che la funzione sanzionatoria in caso di violazioni. Una prassi peggiorativa riguardo alle norme cautelari non può essere certo considerata imponderabile ed imprevedibile e, per questo, deve essere eliminata.

Ciò che invece non è imputabile al datore di lavoro è quel comportamento che esorbita dalle mansioni del lavoratore, andando oltre quelle che sono le sue funzioni ed il proprio ambito di rischio.

La Cassazione, nella sentenza n. 47803 del 2018 (occupandosi di un infortunio mortale di un operaio in area portuale), compie una chiara disamina di ciò che può essere ritenuto un comportamento del lavoratore che fuoriesce dalla possibilità di controllo del datore di lavoro, scriminando quest’ultimo. In particolare la Corte afferma che “in tema di prevenzione antinfortunistica, perché la condotta colposa del lavoratore faccia venir meno la responsabilità del datore di lavoro, occorre un vero e proprio contegno abnorme del lavoratore medesimo, configurabile come un fatto assolutamente eccezionale e del tutto al di fuori della normale prevedibilità, quale non può considerarsi la condotta che si discosti fisiologicamente dal virtuale ideale“.

Con riguardo in particolare alla definizione di atto abnorme, il Supremo Collegio ha precisato che “tale non può considerarsi il compimento da parte del lavoratore di un’operazione che, pure inutile e imprudente, non sia però eccentrica rispetto alle mansioni a lui specificamente assegnate nell’ambito del ciclo produttivo. L’abnormità del comportamento del lavoratore, dunque, può apprezzarsi solo in presenza della imprevedibilità della sua condotta e, quindi, della sua ingovernabilità da parte di chi riveste una posizione di garanzia“. Si comprende, da questo arresto, quanto comunque sia circoscritta l’eventualità prospettata dal Collegio, in quanto è davvero ristretta la cerchia dei comportamenti posti in essere dal dipendente che possano rientrare nella definizione di “comportamento abnorme“.

Ciò tanto più se si considera quanto ulteriormente precisato dagli Ermellini, sempre nella stessa sentenza del 2018, ossia che l’imprevedibilità del comportamento “non può mai essere ravvisata in una condotta che, per quanto imperita, imprudente o negligente, rientri comunque nelle mansioni assegnate, poiché la prevedibilità di uno scostamento del lavoratore dai parametri di piena prudenza, diligenza e perizia costituisce evenienza immanente nella stessa organizzazione del lavoro“. Il datore di lavoro deve, quindi, prevedere una concreta area di rischio per ogni specifica lavorazione e provvedere ad un adeguato controllo della stessa, potendo il comportamento tenuto dal lavoratore essere interruttivo del nesso di causalità solo se è eccentrico rispetto al rischio lavorativo che è sotto il controllo del garante.

Altro elemento che può intervenire ad interrompere il nesso di causalità richiesto per ritenere una responsabilità del datore di lavoro, è costituito dalle cd. “cause sopravvenute indipendenti“, cioè fatti che autonomamente cagionano l’infortunio. Il Supremo Collegio, nella pronuncia sopra citata, ha affrontato anche tale questione affermando che “le cause sopravvenute idonee ad escludere il rapporto di causalità sono effettivamente non solo quelle che innescano un processo causale completamente autonomo rispetto a quello determinato dalla condotta dell’agente, ma anche quelle che si inseriscono nel processo causale ricollegato a tale condotta, purché, tuttavia, si connotino per l’assoluta anomalia ed eccezionalità, collocandosi al di fuori della normale, ragionevole probabilità“.

Alla luce di quanto esposto sinora, si intuisce come l’orientamento della Cassazione, seppure lentamente e con molta prudenza, stia virando verso una maggiore distribuzione della responsabilità tra il datore di lavoro ed il lavoratore, che viene in certa misura responsabilizzato nonché considerato, a determinate condizioni, come unica causa del proprio infortunio.

Riproduzione riservata.

Avv. Elisa Traverso

Avv. Salvatore Calandra

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