Studio Legale Calandra

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Gli uomini discutono. La natura agisce. (Voltaire)

Spesso si ha la “pretesa” che il diritto sia lo strumento privilegiato per risolvere i problemi: basterebbe poco, in fondo: perché non emanare una norma che vieti i comportamenti che favoriscono i cambiamenti climatici? A seconda della scala del problema, sono diversi gli apparati competenti all’emanazione di queste norme; quando si tratta di situazioni globali, si suole pensare al diritto internazionale, come strumento di controllo dei comportamenti umani. 

Questa idea, però, non è quasi mai accurata. Il diritto internazionale difficilmente si presta a risolvere problemi di comportamento collettivi (cosiddetti collective action problems) perché manca degli strumenti per garantire ottemperanza. Infatti, il diritto internazionale è un diritto particolarissimo, che a differenza della grandissima maggioranza dei sistemi giuridici esistenti si fonda sul volontarismo. Questo implica che rispetto ai diritti nazionali, esso è carente degli strumenti per garantire l’effettiva osservanza delle norme tradizionalmente intese, ma fa – invece – largo affidamento su strumenti di pressione di tipo politico (si pensi all’isolamento nelle operazioni di voto presso organizzazioni internazionali o il cd. naming and shaming conseguente a sentenze di corti internazionali).

Il diritto internazionale difficilmente si presta a risolvere problemi di comportamento collettivi

Questa tendenza è ancora più percepibile nel settore oggetto di questa analisi, poiché il cambiamento climatico abbraccia in buona sostanza ogni aspetto della vita di uno Stato – agricoltura, industria, trasporti, turismo, energia, etc. – con ricadute economiche di portata grandiosa. Inoltre, il raggiungimento di un accordo in grado di vincolare efficacemente gli Stati nel settore della lotta ai cambiamenti climatici presupporrebbe che gli interessi di questi fossero allineati verso obiettivi comuni mentre tutt’oggi la consapevolezza di questo pericolo non sembra accomunare la totalità dei governi.

Il regime giuridico in materia di cambiamento climatico si è sviluppato essenzialmente nella cornice definita dalla Convenzione quadro ONU sul cambiamento climatico (UNFCCC) del 1992, in vigore dal 1994 e ratificata da 126 Stati (pressoché tutta la comunità internazionale). Tale convenzione stabilì che periodicamente si dovessero tenere conferenze degli Stati parte della convenzione, ed è precisamente nell’ambito di tali conferenze che sono Stati raggiunti gli accordi internazionali successivi in materia, tra cui il Protocollo di Kyoto in vigore dal 2005 e il noto Accordo di Parigi del 2015, sul quale attualmente si ripongono le maggiori speranze di un efficace contrasto del cambiamento climatico. Tutte queste discipline sono espressione di un approccio incentrato su due binari: le cosiddette politiche di «mitigazione», volte a contenere il riscaldamento globale (arrestarlo del tutto è considerato utopico), e le cosiddette politiche di «adattamento» (poco valorizzate fino ad anni recenti), consistenti in interventi per fronteggiare nel modo più efficace possibile le conseguenze del cambiamento climatico che si è già verificato e che si verificherà in futuro. 

Un approccio incentrato su due binari: le cosiddette politiche di «mitigazione», volte a contenere il riscaldamento globale, e le cosiddette politiche di «adattamento», consistenti in interventi per fronteggiare nel modo più efficace possibile le conseguenze

L’intero regime giuridico in questione si fonda sull’accettazione della teoria scientifica secondo la quale (i) è in atto un riscaldamento globale e un conseguente cambiamento climatico, (ii) causato dalle attività umane che producono gas serra – in primis l’uso di combustibili fossili – e (iii) in grado di causare danni rilevanti, per tutta l’umanità, con il suo intensificarsi. È dunque evidente che ogni chance di successo di queste normative dipende dal grado di accettazione globale di tali presupposti scientifici. Da qui, l’immutata opportunità di rendere i cambiamenti climatici, le loro conseguenze e le tecniche di mitigazione e adattamento agli stessi oggetto di un confronto costante tra tutte le parti della ‘società globale’. Dal confronto tra parti anche molto diverse di questa stessa società sono nate idee innovative per contrastare gli effetti del cambiamento climatico, quali la direttiva europea single use plastic -da recepire entro il 2021-, che metterà al bando diversi prodotti monouso e restringerà notevolmente il campo di utilizzo degli altri prodotti in plastica. E’ interessante notare come questa normativa sia stata fortemente voluta soprattutto dai giovani, grazie a un movimento di informazione sulla dannosità per il pianeta della plastica, che ha coinvolto l’intera comunità globale. Da qui, ancora una volta, la possibilità di applicare la nostra visione a imbuto, che parte dagli accordi internazionali sul clima e dai dati scientifici messi a nostra disposizione da una moltitudine di iniziative e approda nella vita quotidiana di tutti, nei comportamenti di ciascuno e dalla condotta collettiva, a partire da oggi, poiché, diciamolo senza tergiversare: la situazione climatica è grave e grida cambiamento, ogni giorno di più. Attendere ancora domani potrebbe essere troppo tardi.

Diciamolo senza tergiversare: la situazione climatica è grave e grida cambiamento, ogni giorno di più. Attendere ancora domani potrebbe essere troppo tardi.

L’Agenda 2030 si occupa dell’ambiente in diversi goal, questo è uno di quelli esplicitamente dedicati e si divide in tre target.Il primo dei target si propone di “rafforzare la resilienza e la capacità di adattamento ai rischi legati al clima e ai disastri naturali in tutti i Paesi”. Questo è un tema certamente sensibile, poiché è evidente che gli effetti del cambiamento climatico in atto consistano anche nell’aumento dei disastri naturali e nella maggiore gravità dei danni causati dagli eventi estremi. A tale conclusione è giunto ad esempio lo studio “Evidence for sharp increase in the economic damages of extreme natural disasters”, pubblicato nel 2019 su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Eccellenza EMbeDS (Economics and Management in the era of Data Science), dell’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Pennsylvania State University. I danni economici derivanti dai disastri ambientali sono quindi in crescita e lo sono maggiormente nelle aree temperate come la nostra rispetto a quelle tropicali. Anche gli eventi estremi sono in crescita sia per quanto riguarda la frequenza sia con riguardo alla loro intensità. L’Agenda 2030, pertanto, a ragione prende in considerazione questo argomento e lo fa offrendo come strumenti di soluzione al problema l’impegno di stati e singoli nel prevenire gli eventi estremi ed essendo preparati ad affrontarli. In prima battuta, ciascuna impresa può incrementare il suo radicamento sul territorio tenendosi informata ad esempio sui rischi dovuti al dissesto idrogeologico e ponendo in essere tutte le dovute cautele per prevenire eventi disastrosi. Un altro suggerimento riguarda l’emissione di gas serra. Il primo passo da compiere è, come spesso accade, la misurazione. Vi sono diversi modi e diversi standard di misurazione delle emissioni di gas clima-alteranti, un ottimo strumento si trova nello Standard 305 GRI, ove si possono trovare spiegazioni e indicatori di misurazione per  ridurre le proprie emissioni. Un’altra preziosa fonte di informazioni è il GHG Protocol, attraverso il quale si può meglio comprendere come effettuare le misurazioni, prendendo in considerazione gli Scope 1, 2 e 3 nel loro complesso. Un’altra possibilità di intervento in questo settore è quella dell’utilizzo di energie rinnovabili e di informarsi presso la filiera se anche i propri partner commerciali si riforniscano di tale tipo di energia, oltre a provvedere per ottenere un miglior efficientamento energetico. Una buona analisi interna dei rischi per la propria impresa derivanti dal cambiamento climatico, è comunque un buon punto di partenza per comprendere come tutti siano coinvolti nell’impegno per raggiungere questo importante obiettivo.

Vi sono diversi modi e diversi standard di misurazione delle emissioni di gas clima-alteranti

Il secondo target, che si rivolge prevalentemente agli stati, mira ad integrare le misure contro il cambiamento climatico nelle politiche nazionali, nella pianificazione e nelle strategie. Si può, in questo caso, riportare lo stesso obiettivo sulle imprese, che possono attivamente inserire i traguardi di contrasto al climate change nelle loro politiche interne. Una buona strategia aziendale, che sia orientata al rispetto dei canoni imposti dalla Responsabilità Sociale d’Impresa, necessariamente prende in considerazione le azioni per il contrasto al cambiamento climatico: le politiche da porre in essere non devono stravolgere l’operato dell’impresa, ma essere incisive per quanto nella possibilità dell’organizzazione. Questo è un concetto fondamentale e che deve essere sempre tenuto in considerazione dall’impresa, poiché non si può pensare che chi ha grandi somme da investire in politiche di RSI sia equiparato alla media o alla piccola impresa, ma da tutti si può legittimamente pretendere che, messi di fronte alle evidenze scientifiche del climate change, si pongano il problema di come poter intervenire, seppur nel loro piccolo.

Le politiche da porre in essere non devono stravolgere l’operato dell’impresa, ma essere incisive per quanto nella possibilità dell’organizzazione

Il terzo ed ultimo target di questo obiettivo riguarda la diffusione di informazioni riguardanti il cambiamento climatico e la sensibilizzazione su questo argomento, come base per poterne mitigare gli effetti. Giunti a questo punto dei nostri approfondimenti sull’Agenda 2030, possiamo affermare con certezza che l’informazione e la sensibilizzazione sono due elementi cardine di ogni obiettivo.

L’informazione e la sensibilizzazione sono due elementi cardine di ogni obiettivo

La diffusione della cultura del rispetto del pianeta, dell’essere umano, di tutte le creature viventi è alla base del successo degli obiettivi posti dall’ONU ed è normale che sia così, perché per prendersi cura di qualcosa che appartiene a tutti, è opportuno che tutti sappiano cosa è giusto o non giusto fare. Anche le imprese, entità economiche con sempre maggior peso e autorità all’interno della società, sono chiamate ad essere informate e a fare opera di sensibilizzazione sui temi dell’Agenda ed anche, nello specifico, sull’argomento del cambiamento climatico, sul quale quotidianamente influiscono sia in senso positivo che negativo con le loro azioni. L’attività più semplice da intraprendere è quella di stilare un report su base annuale, in cui si riportino tutti gli effetti che l’impresa ha in tema di cambiamento climatico e le azioni poste in essere per contrastarlo. Se questo report è fedele alla realtà e viene reso pubblico, chi entra in contatto con l’impresa sarà messo nella condizione di acquire il proprio livello di conoscenza sulla materia, con un ritorno a livello di immagine per l’impresa stessa. Altre possibili azioni, che richiedono però un maggiore impegno a livello divulgativo, possono essere instaurare una partnership con un ente di ricerca oppure porre in essere attività informativa in occasione di particolari ricorrenze come ad esempio la “giornata mondiale della natura” o la “giornata mondiale dell’acqua”, magari coinvolgendo le scuole del quartiere e mostrando cosa fa l’azienda nella pratica per contrastare il cambiamento climatico.

Proponiamo il consueto questionario, per un’autovalutazione del proprio impegno nel contrasto al cambiamento climatico.

Avv. Elisa Traverso

Prof. (contr.) Isabella Querci

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