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Fuoco a rifiuti abbandonati: il reato e l’ipotesi di particolare tenuità del fatto

La normativa in tema di gestione e smaltimento dei rifiuti è costantemente oggetto di differenti letture da parte dalla giurisprudenza  di merito e di legittimità, fatto che ingenera confusione nel cittadino che tale normativa è tenuto a conoscere ed applicare. Ciò è dovuto anche alla  progressiva stratificazione che ha interessato le norme di questo settore che sono, pertanto, prive di una loro organizzazione sistematica, apparendo per lo più scoordinate e confuse.

Il tema oggetto del presente articolo concerne in particolare il reato previsto dall’art. 256 bis del d.lgs. 3 aprile 2006 n. 152 e successive modificazioni, per praticità denominato T.U. Ambiente, e quindi la combustione illecita di rifiuti alla luce delle recenti pronunce della Cassazione in merito.

Il testo della norma è il seguente:

  1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque appicca il fuoco a rifiuti abbandonati ovvero depositati in maniera incontrollata in aree non autorizzate è punito con la reclusione da due a cinque anni. Nel caso in cui sia appiccato il fuoco a rifiuti pericolosi, si applica la pena della reclusione da tre a sei anni. Il responsabile è tenuto al ripristino dello stato dei luoghi, al risarcimento del danno ambientale e al pagamento, anche in via di regresso, delle spese per la bonifica.
  2. Le stesse pene si applicano a colui che tiene le condotte di cui all’articolo 255, comma 1, e le condotte di reato di cui agli articoli 256 e 259 in funzione della successiva combustione illecita di rifiuti.
  3. La pena è aumentata di un terzo se il delitto di cui al comma 1 è commesso nell’ambito dell’attività di un’impresa o comunque di un’attività organizzata. Il titolare dell’impresa o il responsabile dell’attività comunque organizzata è responsabile anche sotto l’autonomo profilo dell’omessa vigilanza sull’operato degli autori materiali del delitto comunque riconducibili all’impresa o all’attività stessa; ai predetti titolari d’impresa o responsabili dell’attività si applicano altresì le sanzioni previste dall’articolo 9, comma 2, del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231.
  4. La pena è aumentata di un terzo se il fatto di cui al comma 1 è commesso in territori che, al momento della condotta e comunque nei cinque anni precedenti, siano o siano stati interessati da dichiarazioni di stato di emergenza nel settore dei rifiuti ai sensi della legge 24 febbraio 1992, n. 225.
  5. I mezzi utilizzati per il trasporto di rifiuti oggetto del reato di cui al comma 1 del presente articolo, inceneriti in aree o in impianti non autorizzati, sono confiscati ai sensi dell’articolo 259, comma 2, salvo che il mezzo appartenga a persona estranea alle condotte di cui al citato comma 1 del presente articolo e che non si configuri concorso di persona nella commissione del reato. Alla sentenza di condanna o alla sentenza emessa ai sensi dell’articolo 444 del codice di procedura penale consegue la confisca dell’area sulla quale è commesso il reato, se di proprietà dell’autore o del concorrente nel reato, fatti salvi gli obblighi di bonifica e ripristino dello stato dei luoghi.
  6. Si applicano le sanzioni di cui all’articolo 255 se le condotte di cui al comma 1 hanno a oggetto i rifiuti di cui all’articolo 184, comma 2, lettera e). Fermo restando quanto previsto dall’articolo 182, comma 6-bis, le disposizioni del presente articolo non si applicano all’abbruciamento di materiale agricolo o forestale naturale, anche derivato da verde pubblico o privato“.

Questa norma prevede due differenti delitti nei primi due commi; due circostanze aggravanti, previste ai commi 1, 3 e 4; un’ipotesi di confisca al comma 5; un illecito amministrativo al comma 6, che costituisce un limite alla rilevanza penale delle condotte indicate in precedenza.

Innanzi tutto occorre notare che il legislatore ha deciso di punire la condotta di chi “appicca il fuoco” e non di chi “cagiona un incendio”, considerando tale condotta rilevante  “salvo che il fatto costituisca più grave reato”: questo connota l’illecito in esame come un reato di pericolo concreto e di condotta, in cui non occorre che venga dimostrato un danno ambientale derivante dal fuoco od il pericolo per la pubblica incolumità o per l’ambiente. Si tratta, quindi, di una “concreta applicazione del principio di precauzione” (Cass. Pen., sez. III, sent. n. 52610/2017).

Il reato in questione, inoltre, è un delitto e quindi, in assenza di una specificazione in tema di elemento soggettivo, ciò che si richiede per la sua configurazione è il dolo generico.

Oggetto materiale della condotta sono i “rifiuti abbandonati o depositati in maniera incontrollata“, così come definiti dal medesimo T.U. Ambiente nei suoi articoli 192 cc. 1 e 2, 226 c. 2 e 231 cc. 1 e 2. Tali riferimenti normativi sono contenuti nel sesto comma della norma in commento e ad essi occorre rivolgersi per la corretta interpretazione di tutto l’art. 256 bis.

Per espressa indicazione del T.U. Ambiente mediante l’art. 185, sono escluse dall’ambito di applicazione della parte quarta del decreto legislativo (quella che riguarda la gestione dei rifiuti e che qui ci occupa): “a) le emissioni costituite da effluenti gassosi emessi nell’atmosfera; b) il terreno (in situ), inclusi il suolo contaminato non scavato e gli edifici collegati permanentemente al terreno, fermo restando quanto previsto dagli artt. 239 e ss. relativamente alla bonifica di siti contaminati; c) il suolo non contaminato e altro materiale allo stato naturale escavato nel corso di attività di costruzione, ove sia certo che esso verrà riutilizzato a fini di costruzione allo stato naturale e nello stesso sito in cui è stato escavato; d) i rifiuti radioattivi; e) i materiali esplosivi in disuso; f) le materie fecali, se non contemplate dal comma 2, lettera b), del presente articolo, la paglia, gli sfalci e le potature provenienti dalle attività di cui all’articolo 184, comma 2, lettera e), e comma 3, lettera a), nonché ogni altro materiale agricolo o forestale naturale non pericoloso destinati alle normali pratiche agricole e zootecniche o utilizzati in agricoltura, nella silvicoltura o per la produzione di energia da tale biomassa, anche al di fuori del luogo di produzione ovvero con cessione a terzi, mediante processi o metodi che non danneggiano l’ambiente né mettono in pericolo la salute umana”.

Per le fattispecie non aggravate è possibile che venga applicato al reo l’istituto della “particolare tenuità del fatto“, ex art. 131 bis c.p., considerato che le sanzioni previste dal legislatore rientrano nei parametri previsti.

Sul punto la Cassazione, nella già citata sentenza n. 52610/2017 è stata molto chiara circa le circostanze in cui tale norma può trovare applicazione, precisando che “si richiede al giudice di rilevare se, sulla base dei due indici-requisiti della modalità della condotta e dell’esiguità del danno e del pericolo, valutati secondo i criteri dell’art. 133 cod. pen., comma 1, sussista l’indice-criterio della particolare tenuità dell’offesa. e, con questo, coesista quello della non abitualità del comportamento“. Il Collegio ha richiamato anche l’arresto delle SS.UU., n. 13681/2016, in cui si chiarisce che “il giudizio sulla tenuità del fatto richiede una valutazione complessa, che ha ad oggetto le modalità della condotta e l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’art. 133 c.p., comma 1, richiedendosi una equilibrata considerazione di tutte le peculiarità della fattispecie concreta e non solo di quelle che attengono all’entità dell’aggressione del bene protetto“.

Per l’applicazione dell’istituto della particolare tenuità del fatto occorre quindi un’attenta ed approfondita valutazione della condotta tenuta in concreto, della sua potenziale pericolosità, che si valuterà in base alla tipologia di rifiuti bruciati, alla loro quantità, alla zona (se a rischio o meno), al periodo dell’anno (se a rischio incendi o meno), alla modalità dell’abbruciamento,  al complessivo comportamento tenuto, all’abitualità o meno della condotta, all’eventuale modalità complessiva riguardo alla gestione dei rifiuti (in caso di impresa), alla motivazione sottostante alla condotta.

Si precisa, dal punto di vista meramente processuale, che l’applicazione dell’art. 131 bis c.p. può essere richiesta già in fase di indagini preliminari dal Pubblico Ministero, il quale può richiedere al Giudice per le Indagini Preliminari che pronunci un’ordinanza di archiviazione per tale motivo. In questo caso, la richiesta di archiviazione verrà notificata anche all’indagato (oltre che all’eventuale persona offesa) in modo che questi vi si possa opporre, nel termine di dieci giorni dalla notifica, ove ne abbia un concreto interesse. Ciò accade perché l’archiviazione ex art. 131 bis c.p. viene comunque iscritta nel casellario giudiziale, anche se visibile solo dall’Autorità Giudiziaria, per poter essere utilizzata in futuro ai fini di verificare l’abitualità di una condotta ed ha quindi alcuni potenziali “strascichi” che l’interessato potrebbe avere interesse ad evitare qualora ritenesse di poter ottenere un’assoluzione nel merito. L’assoluzione per particolare tenuità del fatto però, pur facendo stato sull’effettiva sussistenza della condotta nell’ambito del procedimento penale, non ha alcuna rilevanza in eventuali ulteriori procedimenti civili od amministrativi che vertano sugli stessi fatti.

Una particolare ipotesi di combustione di rifiuti riguarda lo smaltimento di materiale vegetale. Tale tematica è stata oggetto di specifiche sentenze di Cassazione ed è di interesse non solo per le imprese, ma anche per i privati che esercitano attività agricole e, per la sua complessità, verrà trattata in un separato articolo.

Riproduzione riservata

Avv. Elisa Traverso

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