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Economia Circolare: tra governance aziendale e compliance integrata

E’ stato recentemente pubblicato il White Paper di Climate Govern Initiative e  World Economic Forum, in collaborazione con Accenture, relativo all’economia circolare e alle modalità in cui questo modo di fare impresa può essere adottato dalle organizzazioni, indipendentemente dal settore in cui operano.

Di particolare interesse è il fatto che tale report sia principalmente rivolto ai board directors non esecutivi, valorizzando enormemente la loro posizione nell’ambito della governance aziendale per quanto riguarda l’adozione di soluzioni orientate sia alla preservazione dell’ambiente sia a nuove linee di business.

Nel white paper, di cui si consiglia la lettura integrale, vengono affrontati seguenti argomenti: 1) il concetto di economia circolare e la sua importanza; 2) la sua influenza sul raggiungimento degli obiettivi climatici; 3) quali domande è necessario porsi per implementarla nella propria realtà imprenditoriale; 4) quali sono i principali (macro) passi da seguire per raggiungere l’obiettivo e 5) come procedere alla redazione dei report in questa materia.

L’economia circolare, secondo l’interessante approfondimento che si trova sul sito del Parlamento Europeo, “è un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile“. Si tratta quindi di un modo diverso di pensare la produzione e il consumo dei beni, con un differente approccio all’utilizzo delle risorse: l’obiettivo è di abbandonare il pensiero lineare del “take, make, waste“, fortemente estrattivo e particolarmente impattante sul cambiamento climatico, in favore dell’idea che nulla debba andare perso, con una maggiore attenzione anche all’energia capitalizzata all’interno del prodotto.

E’ evidente che il modello economico attuale stia mettendo in crisi le supply chains, quantomeno al livello di chi deve reperire le materie prime, ebbene con l’implementaizione di un’economia circolare si ha un rafforzamento delle catene produttive, poiché riducendo l’utilizzo di risorse grezze, si evita la sofferenza derivante dalla loro carenza.

Naturalmente, per l’impresa diventa essenziale ripensare il proprio modello produttivo, prevedendo la possibilità di far rientrare in azienda il prodotto che ha bisogno di riparazioni e di riutilizzare i materiali di produzione quando il bene termina il suo ciclo di vita. La qualità del prodotto diventa quindi una priorità, bisogna produrre “meglio” e non “di più” e pianificare l’implementazione di attività volte ad offrire servizi al consumatore finalizzate ad allungare la vita del prodotto ed infine riaverlo indietro una volta che si è concluso il suo ciclo di vita.

L’impatto economico dell’avvento dell’economia circolare è stimato da CCI e WEF in 4,5 trilioni di dollari già nel 2030 e, attraverso un sondaggio, evidenziano che già il 40% dei consumatori valuta come positive le aziende “circolari”.

Inoltre, anche l’ambiente ovviamente gioverebbe molto della transizione alla circolarità. Dall’analisi del report qui analizzato si evince che l’impatto sull’emissione di GHG sarebbe enorme: se il ricorso alle energia rinnovabili impatta per il 55% sulle emissioni climalteranti, l’economia circolare avrebbe un impatto del 45%. L’obiettivo aziendale derivante dall’adozione di questo modello economico è ambizioso, è il NET ZERO, che per ciascuna azienda mira a ridurre non solo le emissioni di carbonio interne, ma anche quelle della sua value chain, un lavoro certamente ambizioso ma articolato.

Sono cinque, secondo lo studio condotto, i catalizzatori che portano ad accelerare il processo verso la circolarità: 1) il coinvolgimento dei consumatori; 2) il design dei prodotti; 3) la logistica inversa; 4) l’uso delle tecnologie più avanzate; 5) la previsione di partnership a livello di sistema.

Non sorprende dunque che sia concentrato in capo al board aziendale l’impegno maggiore per operare questa epocale svolta verso un modello di economia circolare: il cambiamento deve essere profondo e penetrare nella mentalità aziendale, bisogna formarsi e formare il personale, creare le giuste collaborazioni e riuscire a comunicare correttamente all’esterno gli obiettivi perseguiti e i progressi ottenuti, anche in ragione del fatto che la pressione circa la reportistica sugli ESGs è sempre più in crescita. Per questo si rende necessario trovare dei key performance indicators in grado di consentire la misurazione dell’evoluzione interna e questo può essere un aspetto difficile, perché si tratta di un settore ancora nuovo. Bisogna però considerare che i KPIs non sono statici né imposti da terzi: certamente ci sono enti in grado di studiare modelli adattabili a tutte le realtà e verranno anche introdotte certificazioni, ma è sempre possibile creare dei propri indicatori che meglio si adattano al caso concreto e che meglio misurano gli specifici progressi ottenuti.

Inutile dire che l’adozione di un modello di economia circolare è in grado di apportare diversi benefici all’azienda, dalla lettura del report vengono evidenziati, in particolare, il potenziale di crescita economica; l’agilità e la maggiore resilienza della supply chain e il positivo impatto ambientale. Quest’ultimo aspetto, a parere di chi scrive, non è importante solo in senso assoluto, ma avrà in futuro anche una ricaduta in campo economico. Nello specifico, il fatto di restituire risorse all’ambiente e di restaurare gli ecosistemi, comporta il taglio delle esternalità negative, che attualmente sono escluse dal prezzo del prodotto, ma non lo saranno necessariamente in futuro, soprattutto in una prospettiva dove l’ambiente non è più considerato una risorsa da sfruttare, ma un elemento da rispettare per la sopravvivenza dell’intero sistema. Se si pensa che si inizia a dare un valore concreto all’energia incorporata all’interno del prodotto, la valutazione economica delle esternalità negative non sembra più così lontana.

Ecco quindi che la governance aziendale ha un elemento in più da gestire e, per non creare confusioni interne, è opportuno ottimizzare quegli strumenti che già esistono, ossia la reportistica ambientale e i modelli organizzativi.

Chi ha pensato alla compliance integrata alzi la mano!

 

Avv.ta Elisa Traverso

Avv. Salvatore Calandra

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