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Divieto di revoca implicita del Lavori Pubblica Utilità in sede di esecuzione

Il principio di diritto affermato dalla sentenza in commento si può sintetizzare come segue: il giudice dell’esecuzione non può implicitamente revocare il lavoro di pubblica utilità ex art. 73 c. 5 bis T.U. Stupefacenti applicato in sede di cognizione.

Con la sentenza n. 534 dell’8  gennaio 2019, infatti,  la Cassazione ha stabilito che non è permesso al giudice dell’esecuzione, che sia chiamato ad applicare la disciplina della continuazione, operare una disapplicazione implicita della sanzione sostitutiva del lavoro di pubblica utilità prevista dall’art. 73 c. 5 bis D.P.R. n. 309/90, ossia il Testo Unico sugli stupefacenti.

Due sono gli istituti che rilevano in questa sede: la continuazione ex art. 81 capoverso cod. pen., richiamato dall’art. 671 cod. proc. pen. e la sanzione sostitutiva ex art. 73 c. 5 bis D.P.R. 309/90.

Il primo di questi istituti consente al giudice dell’esecuzione di applicare la disciplina del reato continuato, dopo che siano intervenuti diversi giudicati, qualora siano rispettati i presupposti dell’art. 81 capoverso del codice penale. Tale operazione è possibile quando  si può riscontrare tra le diverse condotte illecite la sussistenza di un medesimo disegno criminoso (sia quando venga violata più volte la stessa norma sia quando vengano violate norme diverse).

Si tenga presente che il giudice dell’esecuzione competente a decidere su tale istanza è l’organo giurisdizionale che ha pronunciato l’ultima sentenza che è divenuta esecutiva.

Nel caso in cui  vi sia una pronuncia di primo grado riformata dalla Corte d’Appello e non ulteriormente impugnata, sarà la Corte d’Appello medesima a rivestire la funzione di giudice dell’esecuzione; qualora invece la Corte d’Appello si limitasse a confermare la sentenza emessa dal giudice di Prime Cure, sarà quest’ultimo il giudice dell’esecuzione competente per quella pronuncia.

Per quanto concerne, invece, l‘art. 73 c. 5 bis D.P.R. 309/90, si tratta di una particolare disciplina per cui in caso di commissione del reato previsto dal comma quinto (ipotesi attenuata) dello stesso articolo, da parte di soggetti tossicodipendenti o assuntori di sostanze stupefacenti o psicotrope, il giudice di cognizione può applicare, se non possa essere concessa la sospensione condizionale della pena, la sanzione del lavoro di pubblica utilità di cui all’art. 54 d.lgs. 274/2000 invece della pena detentiva.

Nella vicenda oggetto dell’arresto giurisprudenziale qui in oggetto, al giudice dell’esecuzione era stato richiesto di applicare l’istituto della continuazione tra più reati, oggetto di due sentenze già passate in giudicato, tutti reati relativi a violazioni dell’art. 73 cc. 1 e 5 D.P.R. 309/90. Per uno di tali reati, oggetto della sentenza più recente, in fase di cognizione era stata sostituita la pena detentiva e pecuniaria con i lavori di pubblica utilità, ex art. 73 c. 5 bis D.P.R. 309/90. Il giudice dell’esecuzione aveva ritenuto più grave la pena irrogata con l’ultima sentenza emessa, facendo riferimento alla pena detentiva lì determinata ma senza considerare che tale pena era stata sostituita con i lavori di pubblica utilità: il giudice ha quindi considerato la pena base su cui applicare l’aumento per la continuazione come una reale pena detentiva e pecuniaria, come se la sanzione sostitutiva (meno afflittiva) effettivamente applicata dal giudice di cognizione potesse essere da lui implicitamente revocata in sede di esecuzione.

Il condannato, a mezzo dei propri difensori, ha proposto ricorso alla Corte di Cassazione rilevando che il giudice dell’esecuzione avrebbe dovuto, ove avesse ritenuto più grave la condanna relativa alla pena sostituita dal lavoro di pubblica utilità, considerare quale pena base la sanzione così definita (ossia il lavoro di pubblica utilità) e calcolare anche l’aumento ex art. 81 cod. pen. con una  sanzione della stessa specie (meno afflittiva).

In altri termini, il giudice dell’esecuzione non può decidere di revocare la sostituzione della pena ex art. 73 c. 5 bis D.P.R. 309/90 senza fornire alcuna spiegazione in merito, semplicemente applicando la pena base della detenzione e l’aumento per la continuazione come se tale sostituzione non fosse mai avvenuta.

I giudici di Cassazione hanno avallato la tesi difensiva, affermando che il giudice dell’esecuzione può procedere in due soli modi: 1) o revoca espressamente il lavoro di pubblica utilità applicato dal giudice di cognizione; 2) oppure ne mantiene l’applicazione e lo adotta come pena base su cui calcolare l’aumento per la continuazione, sempre con la stessa tipologia di pena, ma non può mai operare una revoca implicita. Ciò perché un diverso tipo di pronuncia violerebbe i compiti attribuiti dalla legge al giudice dell’esecuzione.

Ulteriore elemento evidenziato dalla Suprema Corte è riconducibile all’art. 73 c. 5 bis D.P.R. 309/90, una norma particolare che attribuisce peculiari poteri al giudice di cognizione, che opera una scelta riguardo la tipologia di pena anche considerando l’impossibilità di concedere la sospensione condizionale della stessa. Il giudice di merito deve considerare i parametri forniti dal codice penale agli articoli 132 e 133, i parametri forniti dalla norma speciale sugli stupefacenti e deve rispettare i dettami costituzionali in ordine alla migliore scelta in ordine alla rieducazione del colpevole prodromica al suo corretto reinserimento nella società.

Infine, un aggravamento della pena in sede di esecuzione, se non adeguatamente motivato, contrasterebbe con il principio generale secondo cui la pena irrogata in sede di esecuzione non può essere più afflittiva di quella irrogata in sede di cognizione.

Riproduzione Riservata

Avv. Elisa Traverso

 

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