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Diffamazione via Facebook: condividere post offensivi non è reato.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V PENALE

La presente sentenza della Suprema Corte di Cassazione esprime un orientamento innovativo in materia di diffamazione a mezzo informatico ed in particolare a mezzo Facebook, volto a stringere le maglie della punibilità di tale fattispecie di reato.

imagesIn particolare viene affrontata la tematica dell’offensività delle espressioni utilizzate nell’ambito di una “conversazione” su Facebook e l’adesione del soggetto scrivente alle precedenti affemazioni  pubblicate dagli altri utenti del social network.

La peculiarità di strumenti informatici quale è Facebook è che gli utenti si trovano a commentare post scritti da altri e quindi a proseguire idealmente un ragionamento iniziato dal gestore della pagina su cui stanno scrivendo.

L’orientamento precedente del Supremo Collegio prevedeva che chiunque commentasse un post diffamatorio non disconstandosi esplicitamente dal suo contenuto e addirittura chi cliccasse sul tasto “mi piace” sotto tale post, dovesse essere considerato a sua volta come punibile per il reato di cui all’art. 595 cod. pen., in ragione dell’adesione anche implicita al contenuto diffamatorio della pubblicazione.

Nell’odierno arresto invece, la Cassazione considera l’imputato non colpevole facendo riferimento al contenuto reale del suo commento al post diffamatorio da cui ha avuto origine la discussione sul social network.

Il Supremo Collegio sostiene che non si debba più considerare come implicita adesione alle affermazioni ingiuriose e lesive dell’onore e della reputazione la semplice condotta di commentare tali espressioni non discostandosene in modo netto, ma che si debba fare riferimento al contenuto preciso delle frasi utilizzate dall’utente: se tali frasi non hanno di per sé un contenuto a loro volta diffamatorio o di ratifica del contenuto delle affermazioni precedentemente pubblicate, il soggetto scrivente non può essere punito ex art. 595 cod. pen., altrimenti ciò andrebbe a ledere e distorcere il diritto di libera manifestazione del pensiero, garantito a tutti dalla nostra Costituzione.

Ciò che emerge quindi dalla presente sentenza è la necessità di un maggiore approfondimento sulla condotta del singolo nel caso concreto e la necessità,  quindi, di analizzare, ai fini della punibilità della condotta del soggetto scrivente, il reale e preciso contenuto delle affermazioni pubblicate, senza fermarsi alla semplice circostanza che queste si inseriscano in un contesto ove effettivamente l’onorabilità di altro soggetto viene lesa dalle affermazioni degli altri utenti di Facebook.

Avv. Salvatore Calandra e Avv. Elisa Traverso

Riproduzione riservata. 

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