Studio Legale Calandra

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Diffamazione e odio razziale: respinta l’archiviazione e imputazione coatta

Il presente articolo riporta una vicenda processuale trattata dallo Studio e che vede come protagonista uno sportivo camerunese che è stato fatto oggetto di diffamazione su Facebook, con molteplici frasi di matrice razzista.
Necessaria premessa è che il nostro assistito è un atleta di arti marziali ed è stato diffamato a seguito di un incontro di lotta (MMA). In particolare, durante il “faccia a faccia” tra i due sfidanti, egli compiva il suo abituale rito pre-gara, ossia il gesto del c.d. tagliagole. Questo scatenava la furia dei tifosi dello sfidante i quali si sfogavano contro di lui sul social network Facebook, profferendo, come anticipato, diversi insulti legati al colore della sua pelle e alla sua provenienza africana. Occorre precisare che l’atleta sfidante perdeva subito le distanze dai suoi tifosi, scusandosi anche a loro nome.

Per le offese ricevute, il nostro assistito decideva di sporgere denuncia-querela: lo Studio ha così presentato alla Procura della Repubblica un atto corredato dalle necessarie immagini delle schermate Facebook contenenti le frasi diffamatorie.

Trascorso poco tempo, la Procura notificava una richiesta di archiviazione, motivata dall’impossibilità di risalire in modo certo agli autori delle frasi.

Si presentava tempestivamente opposizione alla richiesta di archiviazione indicando, tra gli altri elementi, gli ID dei profili Facebook relativi a coloro che avevano pubblicato i commenti diffamatori.

Celebratasi l’udienza, tenuta davanti al Giudice per le Indagini Preliminari, il fascicolo veniva restituito alla Procura della  Repubblica con l’ordine del  Giudice volto alla prosecuzione delle indagini ed all’identificazione dei soggetti agenti.

Dopo avere provveduto alla identificazione degli indagati, sorprendentemente, veniva notificata allo Studio una seconda richiesta di archiviazione da parte della Procura della Repubblica, motivata questa volta dal fatto che i commenti sarebbero da considerare come “coloriti incitamenti tipici delle competizioni sportive. Inoltre, secondo il Procuratore, il gesto del cd. tagliagole compiuto dal nostro assistito veniva utilizzato quale “giustificazione” in quanto, si legge, avrebbe potuto essere percepito come intimidatorio da parte della tifoseria avversaria, così legittimando la reazione particolarmente vigorosa pubblicata su Facebook. Inoltre, e questa è forse l’affermazione che più stupisce, il Pubblico Ministero precisava di ritenere la notizia di reato infondata poiché le frasi, lette nel contesto della competizione sportiva, non volevano offendere la dignità o la reputazione del querelato, ma sono “rimaste nell’alveo delle usuali manifestazioni delle tifoserie“. Tutto questo avrebbe escluso l’aggravante dell’odio razziale.

Viene,  dunque, presentata nuovamente opposizione alla richiesta di archiviazione, contestando radicalmente la lettura fornita dal Pubblico Ministero, riportando numerosa giurisprudenza di legittimità concernente la doverosa condanna a titolo di diffamazione per condotte che, come quelle oggetto del procedimento, siano fondate sul disprezzo razziale. Inoltre, è proprio il Supremo Collegio a precisare che le motivazioni di tifoseria siano da considerarsi motivi futili (e quindi meritevoli della contestazione aggravata) e non giustificazioni da poter addurre in caso di reati commessi a seguito di tifo sportivo.

Nota di colore: in sede di deposito dell’atto di opposizione, personale della segreteria del Procuratore si rende sgradito attore di un ulteriore ed increscioso episodio di razzismo, lamentandosi della ennesima opposizione presentata nell’interesse di “cita” (primate, personaggio di un film di fantasia).

Naturalmente, anche quest’ultimo fatto veniva riportato durante la discussione dell’udienza tenutasi davanti al Giudice per le Indagini Preliminari ad ulteriore  supporto delle argomentazioni fondate sull’assunto secondo cui l’Autorità Giudiziaria non può permettere che la condotta di pronunciare o scrivere frasi diffamatorie, peraltro aggravate dall’odio razziale, sia considerata lecita, in nessuna sede, in quanto questo alimenta quel razzismo strisciante e di sottofondo che è purtroppo ancora presente in diversi Paesi, come il nostro, che si proclamano evoluti.

Si ribadiva, ancora, la gravità da attribuire al contesto in cui si collocavano le frasi razziste, profferite in sede di un incontro sportivo, che dovrebbe prevedere e pretendere un clima di rispetto tra gli sfidanti.

Tutte le ragioni da noi prospettate, contenute nell’atto di opposizione ed offerte nell’accorata discussione, sono state accolte dal Giudice onerato della decisione. Questi  avrebbe potuto: 1) disporre l’archiviazione del procedimento; 2) restituire gli atti al Pubblico Ministero per la prosecuzione delle indagini oppure 3) disporre la formulazione dell’imputazione coatta, imponendo alla Procura di procedere alla immediata formulazione dell’accusa in capo ai soggetti indagati.

A scioglimento della riserva, il Gip adottava l’ultima delle opzioni sopra indicate, così come era stato richiesto in via principale, emettendo l’ordinanza  contenente le motivazioni della decisione che riteniamo di condividere appieno sia per l’appropriatezza dal punto di vista giuridico, sia per il messaggio di contrasto a qualsiasi forma di odio razziale.

Avv. Elisa Traverso

Avv. Salvatore Calandra

 

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