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Dati neurali e tutela della privacy: valutiamo i rischi

Gli studi sull’intelligenza artificiale stanno compiendo progressi molto rapidi e, come possiamo ricavare dalle vicende legate al blocco di ChatGPT a seguito della denuncia del nostro Garante per la privacy, i problemi di natura etica e di possibili violazioni dei dati personali sono di grande attualità.

Società come l’americana Neuralink stanno già testando interfacce neurali in grado di mettere in comunicazione direttamente il cervello umano a un computer, mediante piccolissimi impianti wireless. Ci sono poi i Devices indossabili, quali i visori per fruire delle attività nel Metaverso o, banalmente, gli smartwatch.  E’ anche stato posto in commercio, da parte dell’azienda Emotiv, un Device in grado di misurare l’attività cerebrale a scopo di autocontrollo, con la raccolta dei dati e il tracciamento di statistiche mediante una normale applicazione da scaricare. Stiamo parlando di prodotti già disponibili sul mercato e già utilizzati.

Quali sono le conseguenze nascoste di questo utilizzo? Mediante questi dispositivi gli utenti forniscono alle aziende produttrici i loro dati biometrici e neurali e questi dati sono soggetti a trattamento e possibile furto. Tali dati sono estremamente sensibili e forniscono alle aziende informazioni sull’attività cerebrale, sulle reazioni emotive, sull’aumento e diminuzione del battito cardiaco, sulla retina e via dicendo. Il possesso di questi dati ha un risvolto sia commerciale sia di potenziale controllo estremamente elevato, perché permette a chi li detiene di conoscere le attività cerebrali di parte della popolazione e, quindi, di poter intervenire in modo incisivo su di essa.

Come ci si tutela? Se il mercato di questi strumenti è in crescita, la legislazione relativa non è al passo, anche se siamo già dotati di strumenti, quali il GDPR, che potrebbero essere adattati al trattamento della nuova tipologia di dati collazionati dalle aziende. D’altra parte, al punto 26 il regolamento recita: “è auspicabile applicare i principi di protezione dei dati a tutte le informazioni relative a una persona fisica identificata o identificabile. I dati personali sottoposti a pseudonimizzazione, i quali potrebbero essere attribuiti a una persona fisica mediante l’utilizzo di ulteriori informazioni, dovrebbero essere considerati informazioni su una persona fisica identificabile“.

In Cile è stata emessa la prima sentenza che riguarda proprio questo argomento e in particolare la raccolta e il trattamento dei dati neurali dei device in grado di tracciare l’attività cerebrale. Nello specifico, la Corte Costituzionale cilena ha stabilito che le nuove tecnologie – con particolare riguardo a quelle inerenti ad attività estremamente sensibili quale quella cerebrale – debbono essere vagliate dalle autorità competenti prima di essere poste in commercio nel Paese in modo che non si verifichino violazioni, neanche potenziali, della privacy degli utenti.

In Italia abbiamo il Garante della Privacy che tutela i cittadini da possibili violazioni dei loro dati, ma ciò non assolve ciascun utente dal verificare con anticipo come i suoi dati vengono raccolti e dove vengono gestiti e impone che in caso di dubbio, ci si rivolga alle autorità competenti per le dovute verifiche.

Come spesso accade, nel settore tecnologico è il progresso ad essere un passo avanti rispetto al Legislatore, per cui è la società a svolgere un compito importante, attraverso la sua reazione al progresso stesso. L’invito è a porsi sempre delle domande e a verificare di essere adeguatamente tutelati prima di cedere informazioni e a rivolgersi a esperti di privacy o comunque al proprio legale di fiducia in caso di dubbi. Da non dimenticare è il fatto che tutte le informazioni personali che forniamo sul web o a un’impresa, possono essere utilizzate (e verranno sicuramente utilizzate) a scopi commerciali, per cui è necessario informarsi in anticipo su come possono effettivamente essere utilizzati ed interrogarsi se siamo d’accordo con quelle finalità.

Avv. Elisa Traverso

 

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