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Brevi riflessioni sull’autoriciclaggio e la responsabilità 231 dell’Ente

Volendo introdurre sistematicamente l’argomento di cui ci si occupa, è possibile  sostenere che l’evoluzione della politica criminale di contrasto al fenomeno della corruzione ha registrato, con l’avvento del nuovo secolo, una strategia di ampliamento e definizione dei presidi di prevenzione (L.  190/2012) non tralasciando, peraltro, una certa attenzione all’inasprimento della risposta repressiva.

Nella logica di un più efficace contrasto alla corruzione deve inquadrarsi l’individuazione di una serie di condotte, cd. “reati spia”, che si collocano a monte o a valle del fenomeno corruttivo e che sono stati specificamente disciplinati al fine di circoscrivere quanto più possibile gli spazi di manovra di corrotti e corruttori.

Gli sforzi del legislatore italiano sono la conseguenza diretta di quelle spinte sovranazionali (cfr. rapporti GRECO in seno al Consiglio d’Europa) invocanti una miglior tutela del libero mercato e della concorrenza ed un sempre maggior impegno nella lotta alla criminalità organizzata.

Nell’alveo della codificazione e repressione di questi “reati spia” deve inquadrarsi l’introduzione del reato di riciclaggio, consistente sostanzialmente nell’attività diretta ad ostacolare l’identificazione dei profitti derivanti da un precedente illecito. Tale fattispecie, nella sua versione originaria,  era legata alla commissione di ben definiti, gravi reati presupposto mentre successivamente, per fasi, è stata allargata a condotte riguardanti qualsiasi profitto derivante da un reato non colposo.

Proprio la stretta relazione tra riciclaggio e reato prodromico ha giustificato l’attenzione normativa verso quel “privilegio dell’autoriciclatore”, consistente nella sottrazione alla responsabilità da riciclaggio per l’autore/concorrente nel reato presupposto. Tralasciando il dibattito sulla qualificazione giuridica di tale esenzione (causa soggettiva di esclusione della  punibilità o elemento negativo della fattispecie – che peraltro è di particolare interesse dogmatico) , la sua ratio si agganciava alla tutela del principio di ne bis in idem sostanziale nei confronti dell’autore/concorrente del primo reato, per il quale l’attività di destinazione del profitto illecito era considerata un post factum non punibile.  Tale architettura normativa, però, oltre a creare inevitabili distorsioni pratiche (collegate ai benefici edittali derivanti dal dilagante fenomeno del proclamarsi autori del reato presupposto, spesso  punito con  pene meno severe  del riciclaggio), è stata a lungo criticata sul piano internazionale sulla base dell’invocata tutela di beni giuridici ulteriori. L’autoriciclaggio viene connotato da un disvalore proprio ed ulteriore rispetto al reato presupposto e deve essere inquadrato come reato plurioffensivo (patrimonio, amministrazione della giustizia, mercato e concorrenza).

La scelta normativa del legislatore italiano, forse sorretta dalla volontà di accompagnare l’adeguamento normativo ad un più evidente messaggio politico, nel dicembre del 2014, approda così all’introduzione di una fattispecie autonoma di autoriciclaggio, nonostante i precedenti studi istituzionali propendessero per un ampliamento dello spettro applicativo delle fattispecie già esistenti, ossia nell’alveo delle fattispecie di riciclaggio e di reimpiego di denaro e altra utilità.

Il risultato ottenuto con l’introduzione dell’art. 648 ter-1, può definirsi una sintesi tra le condotte del riciclaggio e quelle del reimpiego, punendo chi “sostituisce o trasferisce” i proventi illeciti, ovvero li “impiega” in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, in modo da ostacolarne concretamente l’individuazione della provenienza.

Alcune delle maggiori problematiche applicative connesse alla nuova figura riguardano: la portata da attribuire al concetto di concreto ostacolo all’identificazione della provenienza delittuosa; il collegamento con la responsabilità degli enti ex 231/01.

Sotto il primo profilo, appare di estremo interesse richiamare, per la evidente svalutazione dell’elemento legato al “concreto ostacolo” (con conseguente dilatazione dell’area di operatività dell’autoriciclaggio), il percorso argomentativo di una recente sentenza della Cassazione (Sent. n. 37606/2019) che conferma la sussistenza dell’autoriciclaggio in una fattispecie che, a giudizio dello scrivente, rappresenta una chiara ipotesi di reimpiego ex art. 648 ter c.p.

In fatto, la contestazione di autoriciclaggio interessava un soggetto che, avendo ottenuto un profitto truffaldino (provvista illecita) nell’ambito della propria attività imprenditoriale, lo reimpiegava nella stessa attraverso l’acquisto di forniture mediante mere disposizioni bancarie, condotta che appare riconducibile alla fattispecie di reimpiego e pertanto non perseguibile poiché commesso dall’autore del reato presupposto. Nell’apparato argomentativo della Cassazione, tale condotta viene configurata come autoriciclaggio in forza di un doppio passaggio argomentativo che si può riassumere come segue: 1) dapprima si riconduce al requisito del concreto ostacolo anche la mera ipotesi di “rendere difficile l’accertamento della provenienza” e 2) si afferma che la tracciabilità delle operazioni bancarie non rilevi per escludere la sussistenza del concreto ostacolo poiché “l’astratta individuabilità dell’origine delittuosa del bene non costituisc(e) l’evento del reato”.

Tale lettura giurisprudenziale, a ben vedere, si colloca nell’alveo di quella più generale tendenza della giurisprudenza (di merito e  di legittimità) ad estendere il campo di operatività punitivo della norma penale, a scapito del principio di legalità, approfittando di una costruzione poco definita dei diversi istituti e della conseguente labilità dei confini tra le diverse fattispecie collegate, nel caso specifico, ai fenomeni di autoriciclaggio e reimpiego.

Altro dibattuto argomento è collegato all’introduzione del delitto di autoriciclaggio nel catalogo dei reati presupposto alla responsabilità dell’ente ex D.Lgs 231/2001.

Un primo dibattito ha interessato l’individuazione del reato presupposto, teorizzando sulla necessità o meno che anche questo dovesse essere ricompreso nel catalogo dei reati specificamente previsti dal decreto 231/01. In caso contrario, si argomenta, si assisterebbe ad una violazione del principio di tassatività a causa dell’espansione illimitata dei reati presupposto.

Un analogo dibattito era stato già affrontato con riferimento all’utilizzo del delitto associativo (previsto come presupposto della responsabilità dell’Ente) come cavallo di Troia per far rientrare come reati presupposto anche quelli estranei all’elenco tassativo del decreto. Autorevole dottrina e giurisprudenza di legittimità hanno contrastato questo “assedio al principio di tassatività”.

L’idea di dover mappare le aree a rischio di tutti i possibili reati generanti un’illecita provvista però non convince. Non è infatti richiesto all’ente di adeguare il proprio modello per prevenire il reato fonte del profitto illecito ma, più semplicemente, si impone di presidiare l’insieme dei flussi di danaro (analogamente a quanto accade per il reato di riciclaggio) al fine di prevenire l’ingresso nella propria contabilità, latu sensu intesa, della provvista illecita ed il suo possibile occultamento.

Così interpretato, trova anche spiegazione l’equivalenza edittale della pena prevista a carico dell’ente per le ipotesi di riciclaggio ed autoriciclaggio, a differenza di quanto accade per la persona fisica che beneficia, laddove condannato per autoriciclaggio, di una pena meno grave.

Per completezza, si richiama un’altra ricostruzione dottrinale (dott. Santoriello) che suggerisce all’ente di concentrarsi “non tanto sul controllo circa la provenienza del denaro, che essendo già interno al patrimonio aziendale potrebbe essere difficilmente “tracciabile”, quanto – sulle modalità di utilizzo dello stesso, impedendo cioè il ricorso a tecniche idonee ad ostacolare in concreto l’individuazione della provenienza illecita dei beni”.

È appena il caso di sottolineare che, di fronte all’interpretazione giurisprudenziale del “concreto ostacolo” nei termini sopra descritti, questo suggerimento non pare essere sufficiente per escludere la responsabilità dell’Ente

Avv. Salvatore Calandra

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