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“Autodeterminazione sessuale”: anche un atto repentino, che prevenga il dissenso della vittima, è violenza sessuale.


Una recente pronuncia della Corte di Cassazione, Sezione III Penale (sent. n. 35591 del 29 agosto 2016), ha affermato che anche il gesto di leccare il volto della vittima, dal mento al naso, configura il reato di violenza sessuale.

leccare-faccia-marka-kuab-835x437ilsole24ore-webIl fatto da cui è scaturito il procedimento penale, conclusosi con questo arresto della Suprema Corte, si è verificato durante una discussione di carattere commerciale, durante la quale l’imputato ha p
alpato i seni della controparte e le ha leccato il volto, dal mento al naso.

La linea difensiva u tilizzata in sede processuale è stata, principalmente e per quanto interessa in questo contesto, il fatto che mancasse nel gesto dell’imputato una qualsiasi connotazione “sessuale”, sostenendo che il semplice attingere le parti intime della persona offesa non potesse essere connotato come atto sessuale ove mancasse alla base l’impulso sessuale e che il palpeggiamento e la leccata fossero stati compiuti a titolo di ingiuria.

La Cassazione ha ritenuto, invece, che così non sia: “il baricentro dell’incriminazione si è spostato da un aspetto della tutela riguardante la mera libertà sessuale, come bene giuridico rientrante nella categoria della moralità pubblica del buon costume (Titolo IX, capo I del codice penale), ad un altro aspetto della tutela, che contiene il primo ma non lo esaurisce, riguardante la libertà personale tout court, comprendente anche e soprattutto il diritto della libera autodeterminazione sessualecome potere di disporre della propria persona e del proprio corpo, senza che siano ammesse intrusioni non consentite dal titolare del diritto, una specie di “noli me tangere”, ossia un divieto assoluto di intromissione nella sfera intima, sessuale, della persona, che si traduce nella proibizione di qualsiasi intrusione corporale, senza consenso, essendo vietato, secondo la ratio dell’incriminazione, toccare il corpo altrui nelle zone genitali ed in quelle considerate “erogene” e quindi invadere, per qualsiasi ragione, la sfera intima della persona, anche attraverso il compimento di atti “a sorpresa”, in quanto ciò costituisce un “atto di violenza” a tutti gli effetti, risolvendosi in definitiva in una forma di imposizione e dunque in una costrizione, perché la violenza penalmente rilevante non consiste necessariamente nell’uso della forza fisica diretta a percuotere o a ledere ma può risolversi nell’uso di una qualsiasi energia, anche di ridottissime proporzioni, prodotta dal movimento corporeo che attinge una persona senza consenso o a sua insaputa per impedirne il dissenso.”

La libertà sessuale, così come è ormai da tempo, si conferma essere una parte di estremo rilevo della libertà personale, che non può e non  deve essere invasa nel suo insieme.

La concupiscenza, di per sé, non è quindi necessaria per aversi reato sessuale, ciò che conta è la concreta compressione della libertà sessuale della vittima, ossia un’invasione della sfera intima senza consenso tout court o senza un consenso valido.

Ciò che va valutato è se vi è stato il compimento di un “atto sessuale”, ossia un contatto corporeo, seppur rapido, idoneo a porre in pericolo la sfera sessuale. Non ogni atto che coinvolge le zone genitali o le zone erogene può essere quindi qualificato come atto sessuale: è necessario che siano valutate, oltre alle zone attinte dal contatto, anche le circostanze del contatto stesso e le dinamiche intersoggettive.

Peraltro, sostiene la Cassazione, anche il mancato contatto fisico, ma la coartazione o la induzione a compiere atti di autoerotismo può assumere i connotati della violenza rilevante ex art. 609 bis c.p., in quanto per tale deve intendersi “qualsiasi atto o fatto cui consegua la limitazione della libertà del soggetto passivo, così costretto a compiere o subire atti sessuali contro la propria volontà, come nel caso in cui la persona offesa non abbia, per qualsiasi motivo, potuto opporre una valida resistenza (Sez. 3, n. 6643 del 12/01/2010,

C., Rv. 246186)”.

Pertanto anche gli atti repentini ed insidiosi che coinvolgono zone erogene del corpo e che prevengono il possibile dissenso della persona offesa sono da considerarsi atti di violenza sessuale, ove la forza di volontà della vittima sia coartata e la sua libertà sessuale compressa, sostanziandosi quindi in atti invasivi non voluti. Ciò si sarebbe verificato anche caso oggetto della sentenza qui in esame, ove la Suprema Corte precisa che con l’espressione “non ti permettere” rivolta all’imputato dalla persona offesa, appare evidente come la stesa si sia sentita oggetto di violenza.

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Avv. Elisa Traverso

Riproduzione riservata.

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